Opinioni Lettere al Direttore

Modena non ha bisogno di spettatori, ha bisogno dei suoi cittadini

Modena non ha bisogno di spettatori, ha bisogno dei suoi cittadini

Occorre liberarsi di una parola che negli ultimi anni è stata abusata: resilienza. Perché troppo spesso è diventata sinonimo di adattamento passivo


2 minuti di lettura

Gentile direttore,

 

C’è una domanda che aleggia, sempre più insistente, tra le vie della nostra città: che fine hanno fatto i modenesi?

Negli ultimi anni, Modena è diventata protagonista di una cronaca che racconta di degrado, insicurezza e smarrimento. Sarebbe facile – e forse anche comodo – attribuire ogni responsabilità al pressappochismo delle istituzioni. Ma sarebbe anche parziale, e quindi ingannevole. Perché una città non è fatta solo da chi la governa, ma soprattutto da chi la vive. E oggi, troppo spesso, il cittadino medio sembra aver scelto di non viverla più.

Si è ritirato. Ha smesso di abitare davvero gli spazi pubblici. Camminando per strada si incrociano sempre meno volti noti, sostituiti da presenze spaesate, spesso inquietanti. È il segno di una resa silenziosa, di una comunità che si è chiusa a riccio, convinta – a torto – che la sicurezza si costruisca sottraendosi.

Ma è esattamente il contrario.

Lasciare vuoti i parchi, evitare i mezzi pubblici, rinunciare alle piazze non è una risposta al degrado: è il modo più efficace per consegnare la città a chi di quel vuoto si nutre. Gli spazi abbandonati non restano tali: vengono occupati.

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E se a ritirarsi sono i cittadini, a subentrare saranno inevitabilmente altri, spesso portatori di disordine e illegalità.

 

Non serve a nulla indignarsi tra le mura domestiche, per poi scomparire nella vita quotidiana. Non serve lamentarsi e, allo stesso tempo, farsi invisibili. In situazioni come questa, l’unica reazione sensata è l’opposto della fuga: è la presenza.

Farsi vedere. Tornare a vivere la città in tutte le sue dimensioni. Frequentare i parchi, utilizzare gli autobus, attraversare le piazze. Non come atto ingenuo, ma come scelta consapevole. La sicurezza non nasce solo dal controllo, ma dalla vitalità. Dove ci sono cittadini, c’è comunità. Dove c’è comunità, il degrado arretra.

È altrettanto fondamentale sostenere e partecipare alle iniziative che, spesso nel silenzio, gruppi di cittadini e comitati spontanei stanno portando avanti. Sono segnali di una volontà che non si è del tutto spenta, ma che ha bisogno di essere rafforzata, condivisa, moltiplicata.

 

Occorre, inoltre, liberarsi di una parola che negli ultimi anni è stata abusata: resilienza. Perché troppo spesso è diventata sinonimo di adattamento passivo, di sopportazione silenziosa per riadattarsi al fine di non soccombere. Non è questo ciò di cui Modena ha bisogno.

Serve invece resistenza: lucida, organizzata, determinata. Una resistenza civile, fatta di presenza, partecipazione e responsabilità.

E non si cada nell’illusione che basti riempire i locali all’aperto per dire che la città è viva.

Quella è una vitalità parziale, fragile, insufficiente. La città si difende e si costruisce nei luoghi quotidiani, quelli meno “protetti” e più autentici: i parchi, le strade, i mezzi pubblici (chiedo venia se sono ridondante).

Modena non ha bisogno di spettatori. Ha bisogno dei suoi cittadini.

 

Perché, come scriveva Italo Calvino, “la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano”: sta a noi decidere se quelle linee continueranno a raccontare una comunità viva o una resa silenziosa.

 

Con determinazione,

Erminia Gamberini 

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