Ho letto - non le nascondo con stupore - l’articolo intitolato “Referendum, da Meloni toni da Armageddon: ‘Se non passa la riforma, stupratori e pedofili rimessi in libertà’” e desidero esprimere la mia contrarietà all’impostazione che emerge dal pezzo.
Innanzitutto, le citazioni bibliche – come quella di Armageddon – andrebbero utilizzate con cognizione di causa e nel giusto contesto. Comprendo che viviamo in un’epoca dominata da frasi a effetto, ma ciò non giustifica il ricorso a immagini improprie pur di colpire l’uditorio.
In secondo luogo, risulta difficile comprendere l’accanimento con cui parte del mondo mediatico e intellettuale sta contrastando la riforma della giustizia proposta dall’attuale esecutivo. Una riforma che mira, tra le altre cose, a rendere realmente indipendenti le parti del processo, separando in modo netto la pubblica accusa dalla difesa. È paradossale che proprio una misura invocata per anni anche da settori della sinistra venga oggi respinta con tanta veemenza solo perché proposta da un Governo di segno politico opposto.
Invece di entrare nel merito delle questioni, troppo spesso si ricorre a frasi fatte o a insinuazioni – come quella secondo cui “i mafiosi voteranno sì” – che difficilmente possono convincere un cittadino dotato di spirito critico. Il dissenso è legittimo e necessario in una democrazia, ma quando diventa disaccordo pregiudiziale rischia di trasformarsi in un ostacolo sterile alla discussione seria delle riforme.
A ciò si aggiunge un clima pubblico sempre più arroventato, fatto di violenza verbale e, talvolta, anche fisica. È preoccupante che alcune aggressioni o minacce provenienti da gruppi ideologicamente schierati vengano minimizzate o ignorate. Un esempio recente è quello delle minacce pesantissime rivolte a un’associazione pro vita a Roma durante la manifestazione dell’8 marzo: episodi che è banale dire debbano essere condannati con fermezza da chiunque tenga davvero alla convivenza civile. Ma non è stato fatto da chi siede negli scranni dell’opposizione.
La democrazia, inoltre, si fonda anche su un principio elementare: saper accettare l’esito delle urne. Non condividere le scelte di un governo è legittimo; trasformare la contestazione in una continua delegittimazione, fatta di insinuazioni e allarmismi senza mai scendere in argomento, lo è meno. Non avere la capacità di accettare una sconfitta elettorale non può diventare il pretesto per alimentare campagne di agitazione o per cercare di aizzare l’opinione pubblica attraverso narrazioni apocalittiche.
Come ricordava il filosofo Karl Popper, «la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza».
Se questo clima di contrapposizione permanente non verrà disinnescato, il rischio è quello di trasformare il Paese in una polveriera. E’ dunque necessario che il confronto politico torni a concentrarsi sui contenuti anziché sugli slogan o la guerriglia urbana.
Mi auguro che anche questa riflessione possa trovare spazio sulle vostre pagine: il pluralismo delle opinioni è infatti il presupposto di ogni autentica informazione.
Cordiali saluti
Mariapaola Pellegrini
Carissima lettrice,
apprezzo i toni pacati della sua lettera e le, in gran parte, condivisibili tesi. Il punto è che proprio seguendo gli argomenti da lei esposti, si giunge alla conclusione riassunta con il titolo provocatorio che lei contesta.
Lei afferma, giustamente, che 'invece di entrare nel merito delle questioni, troppo spesso si ricorre a frasi fatte o a insinuazioni'. Se questa critica è certamente calzante per le inopportune frasi di Gratteri da lei citate, non crede lo sia anche per le affermazioni del premier?
Giuseppe Leonelli



