Egregio direttore,
Si parla spesso di Modena come città dei motori, della buona tavola, della musica e dell'ingegno. Tutto vero. Ma forse continuiamo a trascurare la disciplina in cui la città eccelle davvero, quella che accomuna cittadini, associazioni, istituzioni civili e religiose, e perfino parte dell'informazione locale: il far finta di niente.
Uno sport nobile, raffinato, che richiede allenamento costante e una notevole capacità di ignorare la realtà. Mi consenta dunque di tessere un elogio dell’omertà gentile.
Accade un fatto grave, come l'attentato del 16 maggio o le inquietanti dichiarazioni attribuite a un giovane pakistano dell'Accademia Militare? Si minimizza, si cambia argomento, si attende che la notizia passi. Del resto, affrontare i problemi è faticoso; molto più comodo è confidare nella loro spontanea evaporazione.
I cittadini lamentano un crescente senso di insicurezza, alimentato da episodi continui di criminalità, vandalismo e degrado urbano? Nessun problema. Basta ripetere che la percezione non coincide con la realtà. Se poi la percezione è condivisa da migliaia di persone, tanto peggio per loro.
I marciapiedi si sgretolano, il verde pubblico appare sempre più trascurato, intere aree della città mostrano segni evidenti di abbandono? Anche qui, sangue freddo.
La prima regola del campione è non lasciarsi distrarre da ciò che vede con i propri occhi.Quanto al patrimonio storico e artistico, Modena sembra aver elaborato una teoria originale della conservazione: aspettare. Aspettare che qualcuno intervenga. Aspettare finanziamenti. Aspettare tempi migliori. Aspettare, possibilmente, all'infinito.
Nel frattempo, alcune delle più belle chiese del centro storico languono in condizioni che dovrebbero preoccupare chiunque abbia a cuore la città, indipendentemente dalla fede religiosa. Eppure sembra che il silenzio sia diventato la risposta preferita. Da parte del Comune, certo. Ma anche da parte della Curia Arcivescovile, che talvolta appare più interessata a seguire le mode ideologiche del momento che a custodire concretamente il patrimonio materiale e spirituale ricevuto in eredità.
Mentre a pochi chilometri di distanza, a Parma, si procede contemporaneamente al recupero di importanti edifici religiosi del centro storico, a Modena si osserva con ammirevole compostezza il trascorrere del tempo. Forse si confida nell'intervento della Provvidenza. O forse di qualche drone pasquale inviato dall'alto a sorvegliare le nostre magnifiche rovine.
Ma il problema, in fondo, non è nemmeno questo.
Il vero problema è l'indifferenza che lentamente si è trasformata in cultura civica. La convinzione che nulla possa essere cambiato. La tendenza a rinchiudersi nel proprio gruppo, nella propria associazione, nel proprio ambiente, incapaci di costruire alleanze e iniziative comuni.
Si discute spesso di risorse economiche, come se il destino di una città dipendesse esclusivamente dai bilanci. Certo, i soldi contano. Ma la storia insegna che le comunità prosperano quando possiedono qualcosa di ancora più raro: la volontà di reagire, di collaborare e di pretendere il meglio da sé stesse.
Quando una città perde questa volontà, il declino diventa prima culturale, poi civile e infine materiale.
Per questo il rischio non è soltanto che qualche edificio cada a pezzi, che qualche marciapiede induca alla caduta o che qualche corpo umano venga tranciato. Il pericolo è che Modena si abitui al proprio decadimento e smetta persino di riconoscerlo.
E quando finalmente qualcuno deciderà di accorgersene, potrebbe scoprire che ciò che rendeva Modena una città speciale non è stato distrutto da un singolo evento o da una singola amministrazione, ma da migliaia di piccoli e quotidiani esercizi di quello sport cittadino che continuiamo a praticare con straordinario successo: il far finta di niente.
Un cittadino che non riesce più a vincere il campionato
Eugenio Cabassi

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