Opinioni Lettere al Direttore

Sull'Iran indignazione a intermittenza

Sull'Iran indignazione a intermittenza

Tragedie umane diverse vengono trattate con pesi e misure differenti, a seconda della convenienza narrativa del momento


2 minuti di lettura

Caro direttore,

Ho letto di un presidio informativo sul presente conflitto in Medio Oriente organizzato dal comitato modenese contro la guerra. Con onestà intellettuale vorrei porre una domanda a tutti, cosa che mi riserverò di fare personalmente anche agli organizzatori dell’iniziativa: ci si ricorda che cosa è accaduto in Iran questo gennaio? Se persino Radio Radicale il 26 gennaio titolava in questo modo, qualcosa di estremamente grave è accaduto: 'In Iran, il massacro di manifestanti più terrificante della storia moderna avvenuto in sole 48 ore. Sarebbero oltre 35 mila le persone uccise secondo i rapporti del Time e di Iran international'.

L’intento dichiarato è di “informare la popolazione” sul presente scenario bellico. Ciò che suscita molta perplessità è la selettività con cui certi comitati decidono quando indignarsi e quando tacere.

 

A gennaio, quando il regime iraniano ha represso nel sangue le proteste interne, con decine di migliaia di vittime in pochissime ore, non si è levata alcuna voce pubblica da parte degli stessi gruppi oggi così solerti nel convocare presìdi informativi. Un silenzio che stride con la facilità con cui, in altre circostanze, si utilizzano parole come “genocidio”.

Se il criterio è morale, deve valere sempre.

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Se al contrario è politico o ideologico, allora non si tratta più di pacifismo universale, ma di una lettura selettiva dei drammi del mondo.

 

Da cittadino, trovo offensivo per l’intelligenza collettiva assistere a questa forma di indignazione a intermittenza. Non è il dissenso in sé a disturbare, ma la sua monopolizzazione da parte di gruppi che sembrano ancora prigionieri di schemi ideologici del secolo scorso, nei quali esiste sempre e solo uno “spaventapasseri” contro cui schierarsi.

Il risultato è che tragedie umane diverse vengono trattate con pesi e misure differenti, a seconda della convenienza narrativa del momento. Questo non contribuisce né alla pace né alla comprensione dei conflitti: serve solo a rendere il dibattito pubblico più povero e decisamente grottesco.

 Come scriveva François de La Rochefoucauld: “L’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”. Quando diventa sistematica, rischia di trasformarsi in un insulto all’intelligenza dei cittadini.

Chi crede davvero nei diritti umani dovrebbe avere il coraggio di indignarsi sempre, non solo quando ciò si inserisce comodamente nel proprio paradigma ideologico e pregiudiziale.

 Un pacifismo discriminatorio non è pacifismo: è propaganda.

Con scetticismo,

Massimiliano Merloni

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