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La Schlein invece di unire spacca il Pd

La Schlein invece di unire spacca il Pd

Chiacchiere, salotti bene, vacanze esotiche, incontri riservati: una proletaria per noia, insomma...


3 minuti di lettura

Se c’era un candidato divisivo nella corsa alla segreteria del Pd dopo la fallimentare gestione Letta,  questo pare essere, dalle prime dichiarazioni e commenti, Elly Schlein. Definita, da autorevoli analisti e commentatori politici, come il “perfetto prodotto del laboratorio radical-chic della sinistra delle lobby di potere e della grande finanza  internazionale, che ha scambiato i diritti sociali con quelli civili, inseguendo i secondi e dimenticandosi dei primi”.

Con cittadinanza americana, svizzera e italiana e tre passaporti in tasca, nata a Lugano in una ricca famiglia di religione ebraica aschenazita, rigorosamente anti israeliana e filo palestinese, col padre accademico negli Stati Uniti, laureata in giurisprudenza, Elly Schlein ha scalato il Pd seguendo prima Veltroni, poi Civati e infine Renzi, uscendone poi sbattendo la porta senza più tornarci. Nelle tante interviste televisive degli ultimi giorni si è definita di “sinistra, femminista, bisessuale, ecologista, pro Lgbtq, favorevole allo ius-soli e allo ius-schole, alla pillola abortiva e contro il neo-liberismo”.

Ma, ha commentato qualcuno, “non ha parlato di lavoro e di lavoratori perché evidentemente non è abituata a frequentazioni ‘proletarie’ non essendo mai entrata in un centro sociale o in una casa popolare, non ha mai visto un operaio in tuta perché mai entrata in una fabbrica, mai vissuto con problemi economici e fatto i conti con l’aumento del costo della vita.
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Il classico esempio insomma di un rappresentante di quella classe dirigente altolocata radical-chic che anche noi abbiamo conosciuto in Italia negli ultimi decenni, tutta chiacchiere, salotti bene, vacanze esotiche, incontri riservati: una proletaria per noia, insomma”.

E, di fronte a questa candidatura divisiva, il Pd  è andato in fibrillazione e il suo gruppo drigente sparso nelle quattro correnti interne (Orlando, Franceschini, Guerini, Letta) si è diviso in due: una pro Schlein e l’altra pro Bonaccini.

Con la Schlein si sono schierati Orlando, Franceschini, Letta, Zingaretti, Cuperlo, Provenzano, la Boldrini, ma anche Speranza e Bersani. Tutti orientati a ricucire coi 5 Stelle di Conte senza i cui voti non vinceranno mai le elezioni, mentre con Bonaccini si sono al momento schierati il sindaco di Firenze Nardella (col quale farà un tiket) e quello di Bergamo Gori (“se vince la Schlein esco dal partito”, ha detto).
A sostegno della candidatura della benestante italo-svizzera-americana, si sono prontamente allineati i conduttori dei salotti televisivi pubblici e privati come Fazio, Gramellini, la Gruber, la Berlinguer, Giannini, Formigli, Floris, Telese, Padellaro, Scanzi e, naturalmente, Soros e il capo delle sardine Sartori.
Non hanno invece
ancora fatto sapere a quale schieramento aderiranno la De Micheli e il sindaco di Pesaro Ricci (indebolito peraltro dalla perdita della Regione Marche) ma anche, a sorpresa, il sindaco di Bologna Lepore che avrebbe manifestato simpatie per la Schlein.

In tutto questo bailamme, sono giunte parole sferzanti dal comunista Marco Rizzo e da Rosy Bindi. Il primo ha dichiarato che una vittoria della Schlein significherebbe “la fine del Pd”, mentre la Bindi ha ripetuto la sua tesi già espressa e cioè che indire un congresso in queste condizioni “significa proseguire una sorta di accanimento terapeutico perché il Pd va sciolto ora e dalle sue ceneri crearne uno nuovo e diverso”.

Anche se il giudizio più sferzante è venuto da Ritanna Armeni, da sempre donna di sinistra e per anni giornalista del Manifesto. “Chi sia, cosa voglia fare e dove voglia arrivare – si è chiesta provocatoriamente – non mi è chiaro anche se io dico che per costruire un partito di sinistra, come lei dice di volere fare, non ne ha la base sociale nè le capacità perchè non si è fatta le ossa qui. E ha sbagliato nel rispondere di essere nata nel 1985 alla domanda se era stata comunista.
Essere o non essere comunisti non è un fatto anagrafico. Si può prendere le distanze da quella esperienza ma non cancellare quella storia. Così come è sbagliato urlare contro la Meloni che ha rotto un tabù: la prima donna premier in Italia per di più di destra e non di sinistra. E’ questo il vero interrogativo che ci si deve porre”.
Non c’è male come inizio di una “nuova storia della sinistra italiana”.

Cesare Pradella
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Giornalista pubblicista, è stato per dieci anni corrispondente da Modena del Giornale diretto da Indro Montanelli, per vent'anni corrispondente da Carpi del Resto del Carlino, per cinque anni addetto...   

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