È una situazione che non può essere affrontata continuando a rincorrere le emergenze. Serve una risposta immediata, ma soprattutto una strategia strutturale.
Stefania Ascari, attraverso le numerose visite agli istituti penitenziari e le interrogazioni presentate, ha più volte portato all'attenzione delle istituzioni le criticità del sistema. A Modena, come altrove, va riconosciuto anche il lavoro della direzione e degli operatori che, nonostante difficoltà e carenza di risorse, cercano di garantire sicurezza e di costruire percorsi di formazione e lavoro per i detenuti.
Il caldo estremo rende però ancora più evidente l'urgenza: affrontare queste temperature senza adeguati sistemi di raffrescamento è una condizione difficilmente sostenibile, sia per chi è detenuto sia per chi ogni giorno lavora negli istituti.
E c'è una domanda che non possiamo evitare: se la giustizia non funziona, come è possibile che le carceri siano comunque sovraffollate? Il problema non si risolve semplicemente costruendo più celle. Occorre intervenire sull'intero sistema della giustizia, sui tempi dei processi, sulle misure alternative e sulle modalità di esecuzione della pena.
L'articolo 27 della Costituzione è chiaro: la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Il carcere deve quindi preparare la persona al ritorno nella società, non essere semplicemente un luogo di custodia.
Per questo è fondamentale investire nei percorsi di formazione e lavoro, perché quando una persona esce dal carcere si trova spesso davanti a enormi difficoltà: trovare un lavoro onesto, ricostruire relazioni sociali e avere un percorso di vita diverso da quello che l'ha portata alla detenzione. Senza alternative concrete, il rischio di recidiva rimane elevatissimo.
Serve quindi una svolta: 'un piano nazionale per il sistema penitenziario', che preveda nuove strutture dove necessarie, ampliamento e ristrutturazione degli istituti esistenti, maggiori risorse per la Polizia penitenziaria e investimenti reali nella formazione e nel lavoro.
E dobbiamo progettare carceri moderne anche dal punto di vista energetico. Le grandi superfici disponibili negli istituti possono rappresentare una risorsa: fotovoltaico, accumulo energetico, efficientamento e, dove possibile, comunità energetiche potrebbero ridurre i consumi e i costi, migliorando anche la resilienza degli istituti durante le emergenze climatiche.
La domanda è semplice: abbiamo mai calcolato quanto consuma energeticamente un carcere e quanto potrebbe essere risparmiato rendendolo almeno in parte energeticamente autonomo?
Stefania Ascari, deputata, Giovanni Silingardi, capogruppo comunale, Massimo Bonora, Coordinatore provinciale M5S
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