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El Koudri e la 'pista islamista': le ipotesi non possono diventare certezze

El Koudri e la 'pista islamista': le ipotesi non possono diventare certezze

Alimentare la narrazione nella quale l’Islam è elevato a uno dei principali problemi delle nostre società è culturalmente, eticamente e politicamente fuorviante


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Lo scorso 22 giugno si è tenuta a Modena una conferenza, moderata dal vostro giornale, dedicata al crimine compiuto da Salim El Koudri e al supposto movente religioso che potrebbe avere armato l’autore dell’efferato delitto.

Il giorno successivo, come associazione Logos e Civiltà, intervenimmo pubblicamente nel dibattito, con un comunicato da voi gentilmente pubblicato, contestando l’esistenza, sulla base degli elementi allora conosciuti, di prove sufficienti per definire El Koudri un “radicalizzato islamico”.

A quasi tre mesi di distanza riteniamo utile tornare sull’argomento, anche alla luce di quanto emerso – e di quanto non è emerso – dalle indagini.

In questi mesi il riferimento al terrorismo islamico è infatti diventato il leitmotiv dei commenti di esponenti politici, giornalisti, gruppi social sedicenti “civici” e, da ultima, dell’avvocata Deborah De Cicco, legale del fratello della vittima, che rappresenta il suo cliente anche in una causa recentemente aperta con il sindaco di Modena riguardo ad affermazioni fatte dal primo cittadino in discorsi pubblici.

L’argomentazione dei soggetti prima citati appare sostanzialmente convergente ed è rivolta sia agli inquirenti – “indagate sulla pista del terrorismo islamico” – sia all’opinione pubblica, alla quale viene riproposta l’idea di una “strage di matrice islamica”.

Particolarmente significativo, in questo contesto, appare quanto pubblicato il 12 settembre, da Il Giornale.

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Nella propria homepage il quotidiano presenta il caso con un titolo che non lascia spazio al dubbio: «El Koudri è un terrorista islamista: avevamo ragione noi».

Un’affermazione categorica che appare però difficilmente conciliabile con diversi elementi riportati nello stesso articolo. Nel testo si legge infatti che non è emerso «uno specifico disegno di gruppi terroristici» e che dal lungo viaggio compiuto da El Koudri in Europa «non è emerso nulla di particolare, collegamenti strutturati o contatti con comunità islamiste». Lo stesso articolo ricorda inoltre che El Koudri deve rispondere di strage, lesioni gravissime e omicidio volontario, ma che non gli viene contestata l’aggravante di terrorismo.


Anche i video registrati nelle 48 ore precedenti il crimine, almeno per come vengono descritti dallo stesso quotidiano, non contengono una rivendicazione islamista. El Koudri sostiene che l’Italia sarebbe «schiava degli americani», si scaglia contro i ricchi, gli ebrei e non meglio precisati “poteri forti”, attacca Donald Trump e mescola, secondo la stessa ricostruzione del giornale, espressioni di «odio socio politico» a frasi sconclusionate.

È quindi legittimo domandarsi su quale elemento nuovo e accertato possa fondarsi un titolo che definisce El Koudri “terrorista islamista” e arriva ad affermare “avevamo ragione noi”, quando il contenuto

dello stesso articolo descrive un quadro investigativo ancora aperto e privo, allo stato delle informazioni riportate, di collegamenti accertati con organizzazioni o ambienti islamisti.

Che El Koudri possa avere visionato filmati di precedenti attentati compiuti utilizzando veicoli e che gli investigatori approfondiscano l’ipotesi dell’emulazione sono elementi certamente rilevanti,. ma emulazione di una modalità terroristica, radicalizzazione islamista e appartenenza al terrorismo islamista sono concetti molto diversi e non possono essere sovrapposti senza prove.

In realtà, nei mesi trascorsi dal nostro precedente intervento, dalle informazioni rese pubbliche sull’inchiesta non è emerso alcun elemento concreto che dimostri una radicalizzazione islamista di El Koudri, non risultano contatti accertati con organizzazioni jihadiste o ambienti dell’estremismo islamista.

L’attenzione degli inquirenti si è invece concentrata anche sulla perizia psichiatrica, i cui risultati dovrebbero essere conosciuti a breve. La stessa avvocata De Cicco ha recentemente chiesto che venga ulteriormente approfondito il movente e verificato se alla base del gesto possa esservi stata un’“emulazione terroristica” oppure “l’odio socio-politico”. Si tratta dunque, allo stato attuale, di mere ipotesi da approfondire- 


L’elemento principalmente utilizzato per associare El Koudri almeno all’emulazione di attentati compiuti in precedenza da estremisti islamisti è la modalità dell’azione: utilizzare un’automobile per investire deliberatamente persone nelle strade di una città occidentale.

Ma l’utilizzo

dell’auto o del furgone come arma impropria non appartiene affatto a una sola matrice ideologica o religiosa, negli ultimi anni è stato adottato anche da individui mossi da ideologie radicali di segno completamente diverso oppure da motivazioni esclusivamente criminali.

Il 12 agosto 2017, a Charlottesville, in Virginia, il suprematista bianco James Alex Fields Jr. lanciò la propria automobile contro un corteo antirazzista, provocando la morte di Heather Heyer e il ferimento di numerose altre persone. Fields è stato successivamente condannato all’ergastolo per reati federali legati all’odio.

Il 23 aprile 2018, a Toronto, Alek Minassian utilizzò invece un furgone per travolgere deliberatamente i passanti, Minassian aveva manifestato la propria adesione alla subcultura misogina “incel”. Il bilancio definitivo dell’attacco è stato di 11 morti e numerosi feriti.

Più recentemente, il 26 agosto 2026 a Caen, in Francia, un uomo di origine russa ha investito un gruppo di giovani nei pressi di una fermata dell’autobus, dopo una lite avvenuta poco prima. Il fatto ha provocato due morti e numerosi feriti, gli inquirenti hanno escluso, sulla base degli elementi emersi, motivazioni di carattere politico o religioso, indirizzando l’inchiesta verso una vicenda di vendetta privata.

Abbiamo citato soltanto alcuni esempi tra i numerosi casi nei quali un veicolo è stato deliberatamente utilizzato come arma senza che esistesse una matrice islamista.

La modalità dell’azione, quindi, non può costituire di per sé una prova del movente.

Rimane inoltre una questione relativa al diverso grado di mediatizzazione di episodi apparentemente simili, è legittimo domandarsi quale sarebbe stato il risalto attribuito al recente fatto criminoso avvenuto in Normandia se il responsabile fosse risultato un frequentatore di ambienti islamisti radicali o appartenente a un’organizzazione estremista di ispirazione religiosa.

Questa è, a nostro giudizio, una delle conseguenze di una narrazione islamofoba che tende a trasformare l’Islam e i musulmani in una categoria indistinta, permanentemente associata al terrorismo e alla minaccia per le società occidentali.


Una narrazione che riteniamo funzionale anche alla propaganda americana e israeliana, interessata a rappresentare i conflitti in Medio Oriente attraverso lo schema di uno scontro permanente con l’estremismo islamico, contribuendo così a giustificare agli occhi delle opinioni pubbliche europee guerre di aggressione e crimini accertati che hanno provocato conseguenze drammatiche per milioni di persone.

L’11 settembre sono state giustamente ricordate le vittime della strage del 2001, alcuni reportage televisivi hanno raccontato anche il dolore degli orfani di quelle vittime.

Occorre però ricordare anche le vittime delle cosiddette “guerre al terrore” combattute dopo l’11 settembre.

Secondo il Costs of War Project della Brown University, presso il Watson Institute for International and Public Affairs, almeno 940.000 persone sono morte direttamente a causa della violenza bellica nelle guerre post-11 settembre considerate dalla ricerca, tra queste, oltre 432.000 erano civili.

Lo stesso progetto stima inoltre tra 3,6 e 3,8 milioni di morti indirette dovute alle conseguenze di quei conflitti: distruzione delle infrastrutture e dei sistemi sanitari, fame, malattie e difficoltà di accesso all’acqua e ai beni essenziali. Il bilancio complessivo stimato arriva quindi ad almeno 4,5-4,7 milioni di morti.

Ricordare queste vittime non significa naturalmente diminuire in alcun modo la gravità della strage dell’11 settembre o dimenticarne le vittime, significa rifiutare una memoria selettiva nella quale alcune vittime hanno diritto a essere ricordate mentre milioni di altre rischiano di scomparire dal racconto pubblico.

Alimentare una narrazione nella quale l’Islam viene elevato a uno dei principali problemi delle nostre società è, a nostro giudizio, culturalmente, eticamente e politicamente fuorviante.

Riteniamo quindi necessario che anche a Modena si sviluppi una discussione pubblica sul rapporto tra informazione, terrorismo, guerre e rappresentazione dell’Islam.

Un confronto aperto e plurale su questi temi è importante non soltanto per comprendere quanto accaduto, ma anche per la salvaguardia e lo sviluppo di una pacifica convivenza con le comunità musulmane che fanno parte della nostra città.

Associazione Logos e Civiltà

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