Gentile Direttore,
in questi giorni si è parlato molto, o quasi solo, di Sigfrido Ranucci. Da una parte c'è chi lo considera il simbolo del giornalismo d'inchiesta, dall'altra chi lo attacca e lo considera un giornalista fazioso. Ma quello che mi ha colpita e indotta a scrivere ai giornali della mia città, è l’articolo del 21 agosto, pubblicato sul Corriere del Veneto, cronaca di Vicenza. Titolo 'Folla ad Asiago per Sigfrido Ranucci, il blitz del primario della Microbiologia di Treviso Rigoli. Ammetti gli errori su di me'.
Il medico finì al centro di una puntata di Report indagato poi prosciolto dopo 3 anni nell’ambito di un processo sui tamponi rapidi per il test Covid. Mentre Ranucci si avviava alla conclusione della presentazione del suo libro, sottolineando come Report si premuri sempre di aggiornare le vicende giudiziarie di cui tratta, il medico si è alzato urlando: “non è vero, non è vero nel mio caso non è vero”. La mia è una storia simile, storia di un 'pesce piccolo', una vicenda personale e professionale minuscola rispetto ai grandi scenari attuali, interamente divorati dalla politica, conclusa con una sentenza di assoluzione piena e già pubblicata, quindi documentata, nel mio libro Il Caso Cardiologia, la Verità.
Nel febbraio 2015, all'uscita dal Tribunale di Modena con una condanna in primo grado nel processo con rito abbreviato, fui affrontata da Sigfrido Ranucci, primo davanti a tutti, tanti, giornalisti e flash. Con toni incalzanti mi chiese, quasi infilandomi il microfono in bocca, se credessi ancora nella Magistratura e, alla mia risposta, un secco no, mi sussurrò di avere elementi schiaccianti a mio favore, proponendomi un'intervista per una trasmissione di Report per dimostrare — a suo dire — che la mia vicenda era tutta una montatura ai miei danni, montata da personaggi che le sue ricerche avevano identificato.
Seguirono settimane di insistenze telefoniche, e-mail e whatsapp. Rifiutai, ovviamente, nonostante la disperazione del momento e le lusinghe di Ranucci che mi garantiva che aveva le prove per ribaltare la condanna a 4 anni e la sospensione dai pubblici uffici. Il 12 aprile 2015 andò in onda, in prima serata, su Rai 3 la puntata di Report intitolata 'Gli Amici del cuore” sottotitolo 'Il caso Modena ovvero il Caso camici sporchi'. Ricordo ancora la sensazione che provai guardandola. Non mi sembrò di assistere a un'inchiesta alla ricerca della verità.
Ma soprattutto io ero lì, dentro tutta quella storia, anche quando le immagini non mi mostravano. Ero diventata il personaggio di un'inchiesta. E la mia immagine pubblica ne uscì devastata. In quella sede venne trasmesso un filmato — fornitogli da ambienti accademici a me ostili e tagliato ad arte — presentato come la prova di una presunta sperimentazione illecita e di propaganda commerciale. Quel video, estrapolato da un Master universitario di altissimo livello, fu poi riesaminato integralmente dalla mia difesa nel processo d'Appello, dimostrando l'assoluta insussistenza di qualsiasi illecito o finalità promozionale.
Nel gennaio 2018 sono stata assolta con formula piena in Cassazione 'per non aver commesso il fatto' e 'perché il fatto non sussiste”. Quando, dopo l'assoluzione, cercai Ranucci per chiedergli un doveroso spazio riparatorio, la risposta, che mi arrivò, dopo otto mesi, fu che la notizia era già stata pubblicata sul sito di Report ritenendo che non ci fosse 'alcun senso' nel dedicarvi un passaggio televisivo. Andai sul sito e lessi le due righe, due, dedicate alla mia assoluzione. Oggi si parla frequentemente di garantismo, metodi d'inchiesta e deontologia.
Ma certamente i fatti mi inducono, oggi come ieri, a farmi una domanda sulla parola che dovrebbe essere più preziosa per chi fa giornalismo d'inchiesta: la credibilità. Questo, per me, è il problema. Perché la credibilità non si proclama. Si costruisce. E, soprattutto, la si può perdere.
Io, nel mio piccolo, quella fiducia nella credibilità di Sigfrido Ranucci l'ho persa undici anni fa.
Maria Grazia Modena
(1).jpg)

