Esistono avvenimenti i quali, nel momento stesso in cui avvengono, sono già consegnati alla storia.
Succede, ad esempio, quando riguardano un’autentica resurrezione, di un luogo che rappresenta per una comunità e un “popolo”, un punto di riferimento storico e morale. E’ per questo che oggi andremo indietro, con i nostri giornali, di …24 ore!
Quello di cui vogliamo parlare è la storia di un campo di calcio. Premetto immediatamente che non si tratta solo di una storia di tifo, che rischierebbe di svilire il significato di un articolo ospitato tanto lontano da dove nasce. Prima di tutto questa è una storia di sport e di un sogno che si realizza. La dimostrazione che anche nel calcio dei milioni e delle plusvalenze tanto vituperato (giustamente, per carità!), può esistere un angolo per i sentimenti.
Sigmund Freud, uno che di sogni se ne intendeva parecchio, disse che “I sogni cedono il posto alle impressioni di un nuovo giorno come lo splendore delle stelle cede alla luce del sole.” Il nuovo giorno, il 24 di maggio, è forse tuttavia ancora meglio del meraviglioso sogno, e oltre a portare una bellissima e caldissima giornata di sole, porta la realizzazione di una opera dai più
considerata, appunto, poco più che un miraggio.
Questa è la storia di un campo da calcio, dicevamo; di un piccolo stadio, che sorse 90 anni fa nella ancora desolata periferia torinese, oggi fitta di palazzi e costruzioni di varie epoche. Si chiama semplicemente “Campo Torino” di corso Filadelfia, ma tutti imparano presto a chiamarlo il Filadelfia, o più comunemente il 'Fila'.
La sua è una storia tanto straordinaria quanto sconosciuta, forse perché appartiene una squadra che non è, come si dice in gergo, di prima fascia. Viene costruito grazie allo sforzo economico dei soci e abbonati del Torino (che allora poi erano la stessa cosa), i quali mettono quello che possono in una raccolta di fondi che permette così alla società di costruirlo. In un’Italia in cui la Fiat 503 spider costa 15 mila lire e il pane una lira e mezzo al chilo, a una dozzina d’anni da quelle “mille lire al mese” che ti cambiano la vita, sono necessari due milioni e 500 mila lire per costruirlo (attualizzati, su per giù 2 milioni di euro).

Una splendida tribuna costruita completamente in legno e ghisa, in stile liberty.
Questo stadio, con tutto questo, fu abbandonato nel 1994 perché letteralmente pericolante. Quel calcio anche, era pericolante, e sarebbe crollato di lì a poco. Parzialmente abbattuto nel 1997 in fretta e furia, nonostante la tutela di edificio storico. Rimanendo a “pezzi e monconi” per vent’anni, in balia dei gatti randagi. Il tutto in attesa (o ostaggio, per meglio dire) di mirabolanti progetti di ristrutturazione che duravano il tempo di una campagna elettorale, poi archiviati come le promesse.
Poi, un giorno, un gruppo di tifosi, con molti più sogni in testa che denaro nelle tasche, decidono che quell’autentico Tempio del calcio deve rinascere, e decidono che vale la pena provare. Ci vorranno tanti anni e teste durissime. Tanto dure (e forse incoscienti) da non avere paura di affrontare l’incontro (o meglio lo scontro) con i temutissimi interessi economici. Ma soprattutto contro gli altrettanto pericolosi disinteressi economici, forse ancor più deleteri. Vent’anni di battaglie indicibili, indescrivibili, spesso nel buio del disinteresse generale, anche dello stesso Torino Calcio. Con la perseveranza e la costanza, la goccia diventa onda e il sogno si realizza. Arrivano il denaro e i progetti. Lo stadio viene costruito nel giro di un anno, a dimostrazione che i problemi non stavano certo nella realizzazione del monumento, ma nella sua approvazione.
E quindi eccoci al 25 di maggio: il “Fila” viene riconsegnato alla città, ai tanti tifosi in tutto il mondo. Moderno, ma disegnato su quello stile. Giovane, ma con un sapore ed uno spirito antichissimo.
Non è grande come il Maracanà, ma è come se lo fosse perché dentro c’è la grandezza del Calcio, quello con la C maiuscola. Non ci sono le coppe ed i trofei che solo qualche centinaia di metri più lontano si fatica persino a contarli (in casa degli “odiati” cugini bianconeri), ma contiene la medaglia più brillante, quella della consapevolezza che lo sport, l’aggregazione e il calcio possono esser un’altra cosa rispetto a quello che sono diventati. Per questo dobbiamo prendere esempio ed essere grati a chi ha permesso questa resurrezione, che ci permette e ci offre la possibilità di rivivere i luoghi e le sensazioni di un calcio migliore. Il pensiero non può non correre ai fatti di casa nostra, trecento chilometri dal Fila che sembrano anni luce, se pensiamo alla penosa ed umiliante querelle giocata anche sullo stadio Braglia, questione che odora tanto di muffa e di disperazione…
Mirko Ballotta

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