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Invasioni barbariche e migranti: la lectio magistralis fa 'propaganda'

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Rendiamoci conto che, prima di diventare 'invasioni', i movimenti dei popoli germanici verso l’Impero sono stati migrazioni


Invasioni barbariche e migranti: la lectio magistralis fa 'propaganda'


Per il Festival della Filosofia, sabato prossimo, alle 11,30, si terrà l’interessante “lectio magistralis” del professor Ivano Dionigi dal titolo: «La lezione dell’Antica Roma sui migranti. Solo chi sa includere i barbari diventa grande». Certamente estranei alla volontà di voler anticipare ciò che sarà detto, ma nell’ottica di offrire l’interpretazione comune oggi a tanti storici, si ricorda il fenomeno definito “le invasioni barbariche”, che decretarono la fine dell’Impero Romano d’Occidente e dalle quali “invasioni” possiamo apprendere la via per non commettere gli stessi errori.

Quelle che si definirono le “Invasioni barbariche” sono il classico esempio di come gli interessi degli storici cambino a seconda delle epoche e il modo di studiare il passato muti in base alle preoccupazioni del presente e agli orientamenti politici. Per moltissimo tempo, il termine “Invasioni barbariche” ha voluto significare come i popoli germanici avessero sommerso e distrutto il mondo romano.


Per gli storici dell’800, e anche per quelli della prima metà del ‘900, specialmente se francesi o italiani, questa sembrava l’interpretazione corretta poiché, credendo loro di essere i discendenti degli antichi romani, s’identificavano con un mondo aggredito da chi non vi apparteneva, vi era estraneo. Dall’altra parte, gli storici tedeschi, che vedevano se stessi quali discendenti dei barbari, s’identificavano con i popoli migratori che cercavano un nuovo futuro e furono traditi.

Oggi noi mettiamo in discussione le identità etniche, quali motore principale della storia, e non diamo più molta importanza alle identità nazionali, alle razze; il nostro presente, però, ci suggerisce altri aspetti e pone il problema dell’immigrazione, della sicurezza e, non ultimo, della sopravvivenza di una civiltà su base cristiana, quale nodo cruciale. È un problema non solo delle popolazioni che per guerre, carestie o semplicemente nella speranza di trovare una condizione economica migliore decidono di muoversi, ma anche di chi deve accoglierli, quali scelte operare affinché l’accoglienza sia efficace e l’immigrazione risulti, nel medio termine, una risorsa e non provochi, invece, un disastro.

Sulla base della situazione odierna, anche lo sguardo verso le “invasioni barbariche” è cambiato. Ci siamo resi conto che, prima di diventare “invasioni”, i movimenti dei popoli germanici verso l’Impero sono stati migrazioni; ci siamo accorti che per secoli, a partire da Marco Aurelio e quindi dalla fine del II secolo fino al IV secolo, l’Impero Romano ha accolto in massa i profughi e, in alcuni momenti, è addirittura andato a prendere un gran numero di persone di popoli diversi per deportarli verso Roma. Questa decisione ha un unico motivo: c’era bisogno di uomini.

Fin dalla “Peste Antonina”, la grande epidemia di vaiolo che attraversò l’Impero, spopolò le campagne e svuotò le caserme, sempre più di frequente l’Impero necessitò di contadini per coltivare la terra e di soldati per rinsanguare le unità militari. L’immigrazione nell’Impero Romano è un modello di successo; per molto tempo, i romani integrano energicamente gli immigrati e sulla loro gestione e organizzazione del fenomeno avremmo molto da imparare oggi.

Le analogie con il nostro tempo, naturalmente, non sono complete: l’Impero Romano si muove in un contesto dove non esiste l’opinione pubblica, nessuno può protestare. Se Costantino decide d’importare in Italia 300 mila Sàrmati, distribuendoli tra varie regioni, non si leva una sola voce di diniego. È chiaro che, in queste condizioni, sia più facile gestire una politica sull’immigrazione, ma possiamo ugualmente fare tesoro di alcune scelte.

L’Impero Romano impone agli immigrati una totale adesione a quelli che oggi chiameremmo i “valori” della nostra democrazia, della nostra Costituzione. Lo “straniero” deve volersi integrare, perché accetta le regole di chi lo accoglie e i romani legittimano questa richiesta offrendo concrete possibilità d’integrazione e di successo. Dal tempo di Costantino in poi, l’esercito romano è composto in parte da immigrati, che salgono ai ranghi superiori del comando. Si è calcolato che, tra il IV e il V secolo, la metà dei generali romani, sono di origine barbarica, figli di immigrati.

Un impero è anche questo: la capacità di accogliere e di integrare. Se l’operazione è gestita bene, l’immigrazione non è una debolezza, ma una forza. La storia dell’Impero e dell’immigrazione che subì, tuttavia, ci ricorda anche che, ad un certo punto, Roma non seppe più gestire questo flusso migratorio, perché troppo imponente.

Le “invasioni barbariche” hanno una data precisa: il 378 d.C., la battaglia di Adrianopoli, quando i Goti sconfiggono e uccidono l’Imperatore d’Oriente, Valente. Ma quei Goti non sono invasori provenienti da fuori i confini: sono profughi, che due anni prima l’Impero ha accolto per mancanza di manodopera e soldati.

Non rispetta gli accordi con i loro capi, sistemandoli in campi profughi senza alcuna assistenza. Lo Stato aveva stanziato dei fondi per garantire vitto e alloggio a questa popolazione, ma i generali romani intascarono i sesterzi, trasformano l’accoglienza in un business e costrinsero i Goti a pagare, per poter avere i generi di prima necessità e sopravvivere.

In questo contesto è maturata una ribellione, che poi ha dato inizio alle invasioni e al crollo dell’Impero Romano d’Occidente. Anche da questo sviluppo c’è molto da imparare.

Massimo Carpegna



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Massimo Carpegna
Massimo Carpegna

Visiting Professor London Performing Academy of Music di Londra. Docente di Formazione Corale e del master in Musica e Cinema presso Istituto Superiore di Studi Musicali Vecchi Tonelli..   Continua >>


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