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Jazz Open a Modena, Ciro Menotti 'scrive' al sindaco e ai modenesi: 'Usate la piazza in libertà'

Jazz Open a Modena, Ciro Menotti 'scrive' al sindaco e ai modenesi: 'Usate la piazza in libertà'

Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti decide oggi di replicare immaginando di aver ricevuto una lettera dallo stesso Ciro Menotti


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Davanti alle critiche relative al palco di Jazz Open allestito in piazza Roma, il sindaco di Modena Massimo Mezzetti decide oggi di replicare immaginando di aver ricevuto una lettera dallo stesso Ciro Menotti, la cui stata è circondata in questi giorni dalle impalcature. Ecco la lettera.


Illustrissimi Signori, gentilissime Signore,

non vi stupisca se un uomo, del quale da molti anni si celebra la memoria più che la presenza, si prenda oggi l'ardire di rompere il lungo silenzio durato quasi centocinquant’anni da quando son qui, in questa bellissima piazza. Le voci che, persino quassù, sono giunte sino a me erano infatti così insistenti da persuadermi che la mia sorte dovesse essere nuovamente in pericolo.

Ho appreso, con non lieve meraviglia, che alcuni miei concittadini si sono affannati a deplorare la condizione nella quale mi troverei durante i giorni di un festival musicale allestito nella piazza ove la mia statua dimora. Pare che il palco, le gradinate e gli apparati destinati agli spettatori abbiano arrecato grave offesa alla mia dignità, quasi che potessero soffocarmi o che l'onore di un uomo dipendesse dall'ampiezza della visuale.

Vi ringrazio sinceramente dell'affetto.

Ma lasciate che sia io, il diretto interessato, a tranquillizzarvi.

Sto benissimo.

Anzi, forse non sono mai stato così bene.

Per quasi un secolo e mezzo sono rimasto immobile al centro della piazza.

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Ho visto passare carrozze, cavalli, biciclette, automobili, cortei, soldati, studenti, bambini, innamorati, manifestazioni, parate, fotografie di nozze e perfino turisti che mi hanno scambiato per Garibaldi.

Confesso che un po' di compagnia non mi dispiace.

Per una volta non sono soltanto un monumento da aggirare o da fotografare. Mi ritrovo, invece, accanto a persone che vengono ad ascoltare musica, a ridere, ad applaudire, a stare insieme.

Non mi pare una cattiva compagnia.

Quando combattevamo per la libertà, non immaginavamo certo piazze silenziose, ordinate come salotti o immobili come musei. Le immaginavamo piene di vita, di idee, di discussioni, di incontri.

Le piazze, se sono davvero libere, fanno rumore.

E qualche volta fanno persino jazz.

Qualcuno sostiene che le tribune mi coprano.

Permettetemi di osservare che, nella mia vita, ho conosciuto ben altri ostacoli. Sono stato arrestato, processato e impiccato per le mie idee. Una gradinata, credetemi, non è la prova più difficile che mi sia capitata.

Inoltre, da questa nuova posizione privilegiata, finalmente posso assistere anch'io ai concerti. Dopo tutti questi anni passati ad ascoltare soprattutto i piccioni, è un progresso che considero notevole.

Mi dicono che il jazz sia musica fatta di libertà, improvvisazione e dialogo.

Non sono un esperto del genere.

Ai miei tempi si ascoltavano altre melodie.

Ma la parola 'libertà' mi è sempre suonata bene.

E se una piazza dedicata alla libertà riesce, anche solo per qualche sera, a riempirsi di musica, di giovani, di famiglie e di cittadini, allora penso che il monumento continui a fare il suo mestiere: ricordare il passato senza impedire al presente di vivere.

Perciò vi rivolgo una richiesta.

Continuate pure a passare davanti a me.

Fotografatemi, se vi fa piacere.

Ricordate perché sono finito su quel piedistallo.

Ma non abbiate timore di usare la piazza.

Le piazze non sono nate per proteggere i monumenti.

Semmai, sono i monumenti che esistono per ricordare alle piazze perché vale la pena continuare a riempirsi di persone.

Se, mentre una melodia si leva nell'aria, anche un solo giovane alza lo sguardo verso la mia figura e si domanda chi io sia e perché mi trovi proprio lì, ebbene, il mio ufficio sarà stato assolto assai meglio che in molte giornate di perfetta solitudine.

Vi saluto con l'affetto che si deve alla propria città.

Ciro Menotti

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