Antonio Decaro - il migliore del trio - che la butta sulla simpatia, sulle battute di spirito, quasi a camuffare una preparazione superiore che si percepisce, ma della quale non c'è da andare fieri, anzi... Meglio celarla per apparire più 'popolare'.
E poi Stefano Bonaccini, con la postura e le movenze decise del padrone di casa, che gestiscola, tocca il braccio dell'intervistatrice Myrta Merlino - prodiga di complimenti deferenti verso i tre ospiti - mostrando, con mocassini neri d'ordinanza senza calze e mento mai così volitivo, la propria aspirazione a una leadership sfuggitagli di mano con le Primarie. Primarie che ricorda autocelebrando la sua generosa disponibilità a non passare il suo prezioso tempo ad attaccare la Schlein all'indomani della sconfitta.
Il dibattito clou tenutosi ieri sera alla Festa dell'Unità di Modena ha rispettato il format di un talk televisivo, calato davanti alla platea accaldata e compiacente di via Divisione Acqui.
I tre ospiti - potenziali competitor per una candidatura a premier alle politiche del prossimo anno - si sono lanciati in complimenti reciproci nascondendo ogni rivalità dietro a sorrisi e abbracci. Hanno intonato all'unisono il mantra che contraddistingue il Pd in questi ultimi mesi: niente primarie, restiamo tutti uniti, da Renzi ad Avs passando per Calenda e Conte. Hanno indicato come avversario Roberto Vannacci invece che Giorgia Meloni, nella speranza di far crescere proprio la percentuale di consenso del Generale e poter così battere 'di rimessa' il centrodestra tradizionale. Tutto come da copione.
Tanta tattica, un po' di strategia, condita da inevitabile retorica a uso e consumo del proprio elettorato, Una ipocrisia strisciante sulla quale i tanti esponenti del Pd locale in platea hanno fintamente sorvolato, costretti ad applaudire e mostrare sorrisi di circostanza a fronte di ovvietà spacciate per grandi piattaforme programmatiche. Sorvolare sulla falsità di chi predica unità e poi - a Modena - fa guerra al candidato Mezzetti (onestamente fuggito dopo 10 minuti di dibattito), reo di non essere iscritto Dem. Sorvolare sulla solita narrazione del 'vengo da una famiglia senza mezzi' per giustificare ambizioni e presunzioni.
Perchè il grande assente del dibattito di ieri sera è stato proprio quel 'programma' che i tre leader hanno assicurato dover essere al centro del dibattito, al posto delle tante temute primarie.
Bonaccini, Salis e Decaro hanno attaccato Vannacci, hanno detto cosa il Pd 'non deve essere', hanno predicato unità e amore per gli alleati, ma non hanno detto nulla su cosa puntare davvero per disegnare un'Italia diversa da quella piena di contraddizioni modellata dal quinquennio Meloni. Nessun grande obiettivo, nessuna visione utopica, nemmeno nessuno slogan o promessa programmatica sulla quale ricamare un'idea di Paese e di convivenza.
Priorità ai sempre applauditi diritti civili, ai diritti legati alla sessualità dei singoli, alle battaglie su Palestina e addirittura ai diritti negati in Iran (Bonaccini si è rammaricato delle poche manifestazioni di piazza a favore del popolo Iraniano), ma nulla che possa scaldare i cuori in modo radicale, profondo. Nulla che risponda alle domande vere della gente, che indichi una visione per sentirsi davvero comunità, non in quanto alternativi alla destra, ma in quanto fieramente di sinistra. Fieramente alternativi, foss'anche follemente idealisti da scontrarsi contro i novelli mulini a vento del potere cangiante come carbone scambiato per diamante e sempre, terribilmente, uguale a se stesso.
E mentre applausi e sorrisi accompagnano la fine del dibattito, mentre la splendente beltà di Silvia Salis scivola via tra la folla, resta - in chi sperava di sentire 'qualcosa di sinistra' - una nostalgia di sè e di noi. Una nostalgia di quella che un tempo fu una religione laica in grado di rispondere alle domande dell'Uomo non inginocchiato a un Dio assente e che oggi non riesce ad essere null'altro che un insieme di idee diverse, tenute insieme dalla voglia di governare. A prescindere da come e perchè.
Giuseppe Leonelli


