IDENTITÀ. Modena città d'arte. Anzi, meglio: Modena che non sa che arte pigliare. Città del bronzo dal nome etrusco, poi stabilmente romana con la via Emilia che le porta traffico e persone, fino alla gloria estense che la rende addirittura capitale del Ducato, a Modena succede roba che non ti aspetti.
LADRI. Succede, ad esempio, che nel 2014 un Guercino da cinque milioni di euro venga custodito in una chiesa dall'impianto di allarme inattivo. Ma sì, fidiamoci; tanto non ci viene nessuno e a ogni modo i soldi per mettere in sicurezza tutto il patrimonio non ci sono. Poi succede che quel Guercino all'improvviso se lo portano via e Modena si scopre ricca e appassionata di arte pregiata, non valorizzata e non protetta. Passano due anni e il Guercino salta fuori: finito in Marocco, verrà ristrutturato ed esposto da qualche parte che non sarà comunque quella di prima.
FLOP. Nel frattempo, l'arte a Modena aveva guardato da altre parti. Al Mata, ad esempio. Alias ex Manifattura Tabacchi, gioiello industriale magistralmente recuperato, con un potenziale residenzial-culturale da far invidia a una qualsiasi città del Nord Europa. Ecco, in quel Mata lì succede che si pensa di farne mostre: da 'Il manichino della storia', arte contemporanea spinta a 'I migliori album della nostra vita', figurine Panini. Due le caratteristiche comuni: i costi clamorosi comprensivi di compensi stellari ai curatori (550mila euro per Il manichino della storia e 200mila euro spesi per gli album) e il clamoroso flop di visitatori (nemmeno 17mila per la prima mostra, nemmeno 6mila - al solo Mata - per la seconda). Segno 'meno' senza appello, insomma.
DISARMONIA PORTAMI VIA. Ma queste scelte artistiche non sono state tanto sbagliate o discutibili, quanto profondamente disarmoniche: sta tutta qui la ragione dell'insuccesso. Può piacere o no, certo, quella scultura di bambino con un pene in faccia (emblema de Il manichino della storia) ma è un'arte contemporanea beffarda e irriverente che non ha nulla a che fare con la città. Modena non è irrispettosa e non è nemmeno cafona, non provoca e non urla: Modena si fa guardare maestosa, si lascia sbirciare timida, si annacqua in pasticci politici che la schizzano. E a voler spingere fino in fondo, Modena non è neppure tanto contemporanea come l'arte che dal Mata - affastellata nella prima esposizione un po' a casaccio, a onor del vero - è passata.
CHE ARTE PIGLIO? Che guaio: l'arte rinascimentale sparisce, l'arte contemporanea non interessa, l'arte estense annoia, quella etrusca è mezza distrutta.
LA PROPOSTA. Che fare? Mescoliamo ancora le carte, facciamo un altro pasticcio che sia però profondamente identitario. Portiamo il Guercino rubato, ritrovato e ristrutturato in una sede provvisoria (chè mica il Guercino è del Comune, eh: è della Diocesi e deciderà lei dove metterlo in via definitiva) al Mata. L'arte del Seicento in una ex fabbrica: pare robaccia e invece eccola qui, Modena. Costellata di meraviglie artistiche semisconosciute eppure fatta di persone che lavorano sodo.
Sara Zuccoli



