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Fondazione di Modena, dopo l’ammanco di ben oltre 850mila euro, tre mesi di ‘assordante’ silenzio

Fondazione di Modena, dopo l’ammanco di ben oltre 850mila euro, tre mesi di ‘assordante’ silenzio

Al vertice dell’Organismo di Vigilanza siede il professor Giulio Garuti, giurista stimato. Lo stesso professionista chiamato, con affidamento di incarico, a strutturare la dotazione del Modello 231 anche in Amo


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'Su Amo ci avete massacrato e ci avete fatto neri, mentre sulla Fondazione c’è stato un assordante silenzio da parte degli organi di informazione’.
Così il sindaco di Modena Massimo Mezzetti, rispondendo due settimane fa ai giornalisti durante l’incontro di fine anno con la stampa locale in merito ai casi relativi agli ammanchi di denaro distratti con bonifici su conti di dipendenti. Due casi, due scandali, per molti aspetti simili, anche se riferiti ad organismi differenti. Nel caso della Fondazione per il sindaco ci sarebbe stata minore attenzione mediatica rispetto ad Amo. Al di là che la questione potrebbe essere ribaltata dal solo fatto che è stata Amo ad avere più attenzione per gli organi informazione, convocando anche due conferenze stampa dopo lo scoppiare del caso per informare sui procedimenti assunti e sui controlli interni, (a differenza della Fondazione che si è trincerata nel silenzio come se nulla fosse successo), noi non ci sentiamo toccati dall’osservazione, avendo scritto a più riprese e continuando a farlo oggi, solleticati, è giusto dirlo, anche dall’input del sindaco.
Perché quel silenzio, prolungato ormai a tre mesi, dai vertici della Fondazione, a partire dal presidente Tiezzi (nella foto), pesa come un macigno e non può continuare a
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non essere rotto, soprattutto quando si parla di una delle istituzioni più importanti della città, punto di riferimento per la cultura, la solidarietà e l’economia del territorio.
La vicenda poneva e pone domande precise, che toccano il cuore della trasparenza e della responsabilità di un ente che, sebbene formalmente privato, amministra e destina un patrimonio di interesse pubblico che la obbliga a vincoli stringenti: pubblicazione dei bilanci, revisione contabile, rendicontazione delle erogazioni, vigilanza ministeriale.
Del resto il Cdi della Fondazione è di larga nomina pubblica, ricordiamo che 4 membri vengono designati dall'amministrazione comunale di Modena, due dall'amministrazione provinciale di Modena, uno dall’amministrazione comunale di Sassuolo, uno dall’amministrazione comunale di Castelfranco Emilia, uno dall’Amministrazione comunale di Pavullo nel Frignano, due dalla Camera di Commercio, tre dall'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, due dal Centro Servizi per il Volontariato e uno dall’Arcidiocesi di Modena-Nonantola.
E se a pochi giorni dalla comunicazione dell’ispezione della Guardia di Finanza e dallo scoppio del bubbone, avvenuta in ottobre dopo 4 mesi mesi di indagine su flussi finanziari anomali, poteva essere prevedibile, l’astensione da dichiarazioni ufficiali, crediamo non possa esserlo a distanza di altri 3 mesi.
Anche perché sull’efficacia e la natura dei controlli interni le domande che necessiterebbero di risposta abbondano.

Il modello 231 e la vigilanza che non ha visto

Da tempo la Fondazione si è dotata di un Modello di organizzazione, gestione e controllo ex D.Lgs. 231/2001, un sistema interno pensato proprio per prevenire reati e illeciti nella gestione amministrativa.
Al vertice dell’Organismo di Vigilanza siede il professor Giulio Garuti, giurista stimato, incaricato di verificare che il modello funzioni e che eventuali criticità vengano intercettate per tempo.
Ma la domanda sorge spontanea: se i controlli erano attivi e il modello operativo, come è stato possibile non accorgersi di un ammanco via via più grande, giunto a superare gli 850 mila euro (pare infatti che la cifra sia notevolmente superiore)? E una volta che ce ne si è resi conto perché non è mai stato detto, come fatto per Amo, che cosa non aveva funzionato e che cosa si sarebbe fatto per evitarlo in futuro?Una domanda che diventa ancora più pressante alla luce del fatto che lo stesso professionista al vertice dell’organismo di vigilanza della Fondazione, chiamato a sovrintendere all’adozione del modello 231, è colui che è stato chiamato, con affidamento di incarico, a strutturare la dotazione del Modello 231 anche in Amo, l’Agenzia per la Mobilità di Modena, finita anch’essa nel mirino, quasi contestualmente, per l’ammanco da centinaia di migliaia di euro distratti con bonifici sui conti di una dipendente.
Riassumendo: per 3 mesi (dal luglio in cui sarebbero iniziati gli approfondimenti della Guardia di Finanza sui flussi di denaro, a ottobre quando le indagini sono sfociate nel blitz), la Fondazione, nonostante la dotazione di un robusto e strutturato sistema di controlli interni (fatto non solo all’Organismo di Vigilanza ma anche della società di revisione), non si sarebbe accorta che non decine ma centinaia di migliaia di euro anziché essere erogati a soggetti previsti, andavano sul conto corrente di un dipendente con ruolo di responsabile della fondazione stessa. Ma non solo; il presidente dell’organismo di vigilanza della Fondazione sarebbe stato poi chiamato a strutturare per Amo quello stesso meccanismo di vigilanza e controllo che evidentemente non stava funzionando in Fondazione.

L'etica e l'obbligo delle trasparenza

Senza volere fare processi mediatici o volere attribuire responsabilità specifiche (che spetta all'autorità stabilire), ci pare che su fatti del genere, e di tale entità, qualcuno dovesse informare l’opinione pubblica su cosa stava o non stava succedendo. A prescindere che il dipendente, allontanato con una procedura d’urgenza interna di fatto il giorno prima della visita delle Fiamme Gialle, avesse poi ammesso o meno le proprie azioni.
Di fronte a una vicenda come questa, i cittadini modenesi hanno il diritto di sapere. Non solo chi ha commesso l’illecito, da subito emerso, ma quali meccanismi hanno permesso che accadesse o meglio non hanno limitato che accadesse, soprattutto con continuità.
Ogni euro distratto dalle finalità sociali e culturali, rappresenta non solo un danno economico, ma un colpo alla fiducia collettiva e di cui, per questo, è necessario rendere conto.
Il silenzio, in questi casi, non protegge ma alimenta dubbi e moltiplica le domane. L’unico modo per difendere la reputazione di un’istituzione come la Fondazione di Modena è la trasparenza totale: spiegare cosa è accaduto, come è stato possibile, quali provvedimenti sono stati presi e quali correttivi sono stati introdotti, a tre mesi dopo l'esplosione del caso, ci sembra semplicemente doveroso ed etico, così come lo sono, sulla carta, le finalità della Fondazione stessa.
Se un sistema di vigilanza interno, previsto proprio per prevenire casi simili, non è riuscito a impedire un ammanco di quasi un milione di euro, che sulla base di indiscrezioni potrebbero essere quasi due, di quale garanzia può oggi disporre la collettività? E, soprattutto, perché non informare semplicemente di cosa si è fatto per evitare che non sia un organismo di vigilanza romano ad accorgersi dopo mesi di ciò che gli strumenti interni non hanno visto?
La conferenza stampa fissata per mercoledì 14 gennaio al fine di presentare programma e finanziamento della Fondazione di Modena al concerto in Duomo per la festività di San Geminiano, potrebbe essere una buona occasione, per il presidente Tiezzi alla sua prima uscita pubblica, per iniziare a dire come stanno le cose.
Foto dell'autore

Nato a Modena nel 1969, svolge la professione di giornalista dal 1995. E’ stato direttore di Telemodena, giornalista radiofonico (Modena Radio City, corrispondente Radio 24) e consigliere Corecom (C...   

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