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La Liberazione di Modena: il merito degli Alleati e la retorica partigiana

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L'ultimo lenzuolo bianco di Gino Malaguti mostra la parte nascosta della verità


La Liberazione di Modena: il merito degli Alleati e la retorica partigiana

Ancora oggi non è facile parlare di alcuni momenti storici, come quello della Liberazione, a Modena e nelle zone cosiddette rosse con una visione diversa di quella dettata dalla cultura dominante. A spezzare il monopolio di una certa storiografia, tutta orientata a celebrare l’epopea partigiana, ci ha provato il volume, edito da Artestampa, ‘L’ultimo lenzuolo bianco’ scritto da Gino Malaguti, ex provveditore agli studi di Modena e appassionato di storia come egli stesso ama definirsi. Malaguti non disconosce l’importanza del movimento partigiano ma si è chiesto come mai di quel periodo siano state acquisite solo fonti e testimonianze provenienti da quel mondo. 

Così, dopo due anni di faticose e laboriose ricerche, coadiuvato dal figlio Matteo in veste di traduttore, Gino Malaguti ha vagliato minuziosamente i diari dei soldati, le fonti statunitensi e alleate, i diari dei parroci dei comuni interessati.

Un lavoro che, una volta terminato, ha consentito una prospettiva nuova e anche diversa nella lettura degli avvenimenti che portarono alla Liberazione di Modena, Bologna e della pianura padana.

Fu infatti il quarto corpo d’armata statunitense che liberò il 21 aprile nell’ordine i comuni di Castelfranco Emilia, Nonantola, Bomporto, Carpi e Modena lasciando sul campo morti e feriti di cui non si parla mai.

Con ‘L’ultimo lenzuolo bianco’ si inizia quindi a colmare una clamorosa lacuna nei fatti della Liberazione per avere finalmente una visione a 360° di quegli avvenimenti.

Gino Malaguti offre nel suo libro una rilettura che parte da fonti nuove e che offre uno sguardo diverso - e certamente controverso, forse scomodo, nata da una ricerca effettivamente innovativa. «Per la prima volta - racconta Malaguti - nella storia della Liberazione in Emilia vengono utilizzate fonti statunitensi, come i diari di guerra dei soldati; ma ci sono anche, tra le fonti, i diari dei parroci dei Comuni interessati (circa quindici) e le testimonianze di alcuni partigiani (ma non solo) ancora in vita. Non vengono insomma utilizzate soltanto fonti partigiane, come era stato fatto in precedenza. Già storici come Silingardi e Gelmini avevano riconosciuto l’importanza di un approfondimento come questo ». Ma che cosa emerge, con forza, dalle pagine di questo libro? «Nel tempo è stato dimenticato e oscurato il ruolo essenziale delle forze armate alleate nella Liberazione dell’Emilia . In particolare, le truppe arrivarono il 20 aprile sulla via Emilia a Ponte Samoggia; quindi il quarto corpo di armata Usa, con 60mila soldati, si lanciò verso il Po per impedire che i tedeschi attraversassero il fiume e vi costituissero una linea di Resistenza. Poi, la decima divisione di montagna - ricostruisce ancora Malaguti - arrivò la sera del 22 aprile sulla riva del Po e il 23 iniziò il suo attraversamento. Il 21 il quarto corpo Usa liberò in successione Castelfranco, Nonantola, Bomporto, Bastiglia, Carpi e Modena arrivando a San Benedetto Po la sera del 22. Negli stessi giorni il corpo di spedizione brasiliana liberò Montese il 19 di aprile». E ci furono perdite umane, in questo contingente alleato, «che non vengono mai ricordate mentre altri combattenti lo sono eccome. Parliamo - puntualizza Malaguti - di 39 uccisi e 90 feriti tra le truppe alleate nella Liberazione di Castelfranco, Nonantola, Ravarino, Bomporto e Bastiglia, mentre nella Liberazione della città di Modena si contano altre 10 vittime». 'Credo di aver fatto un lavoro completo - chiude Malaguti -, sposando in sostanza le tesi espresse anche da Ermanno Gorrieri». 

Gianni Galeotti




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