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Le Donne Pd insistono: 'Diciamo no a un convegno privo di contraddittorio e unilaterale'

Le Donne Pd insistono: 'Diciamo no a un convegno privo di contraddittorio e unilaterale'

Un convegno che non nega ovviamente il femminicidio (e come potrebbe?) ma che pone il focus sulla aggressività femminile. Ma per le femministe Pd così non è


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'Il femminicidio esiste, e proprio per questo ci preoccupa profondamente ogni tentativo di confondere la violenza maschile contro le donne con un generico conflitto tra i sessi, costruendo una simmetria che i dati, la storia e l’esperienza quotidiana delle donne smentiscono'. Così Patrizia Belloi, portavoce della Conferenza provinciale delle Donne Democratiche di Modena, interviene ancora nel dibattito suscitato dal convegno promosso in questi giorni a Modena sul tema della violenza femminile. Un convegno che non nega ovviamente il femminicidio (e come potrebbe?) ma che pone il focus sulla aggressività femminile. Ma per le femministe Pd viene 'presentato come se rappresentasse l’intera complessità del fenomeno'.


'Ci troviamo di fronte a un convegno che, per impostazione e composizione, appare unilaterale e costruito attorno a una tesi precisa: quella di riequilibrare il racconto della violenza mettendo sullo stesso piano fenomeni profondamente differenti. Discutere della violenza esercitata dalle donne è naturalmente legittimo, perché ogni forma di violenza deve essere riconosciuta e contrastata. Altra cosa, però, è utilizzare singoli casi o categorie costruite per analogia per mettere in discussione la natura strutturale della violenza maschile sulle donne'.

 

'Parlare indistintamente di ‘conflitto di coppia’ rischia inoltre di essere fuorviante.

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Il conflitto presuppone due soggetti che si confrontano su un piano di sostanziale parità, mentre la violenza è altro: sopraffazione, controllo, intimidazione, possesso. E quando una donna viene perseguitata, picchiata o uccisa perché un uomo non accetta la sua libertà, la fine di una relazione o la perdita del controllo su di lei, non siamo davanti a una semplice incapacità di gestire la rabbia'.

 

Secondo Belloi, 'è particolarmente pericoloso il ritorno, anche nel linguaggio pubblico, di parole come ‘provocazione’, ‘esasperazione’, ‘raptus’, perché rischiano di spostare impercettibilmente lo sguardo dalla responsabilità di chi agisce la violenza al comportamento di chi la subisce. È una dinamica antica: chiedersi che cosa abbia fatto una donna per provocare una reazione anziché chiedersi perché un uomo ritenga possibile rispondere con la violenza'.

 

'Non possiamo arretrare rispetto a quanto costruito in decenni di battaglie delle donne, dei centri antiviolenza, delle associazioni e delle istituzioni. Riconoscere la specificità della violenza di genere non significa negare che anche gli uomini possano essere vittime di violenza, ma rifiutare false equivalenze. Significa ricordare che gli stessi uomini sono in larghissima parte vittime della violenza esercitata da altri uomini e di modelli culturali che identificano la mascolinità con forza, dominio e incapacità di mostrare fragilità'.

 

La portavoce delle Donne Democratiche richiama anche il

peso del linguaggio e dei comportamenti quotidiani: 'La violenza non nasce improvvisamente nel momento estremo, ma preceduta e accompagnata da un terreno culturale nel quale possono trovare spazio la svalutazione delle donne, la loro oggettivazione, la condivisione non consensuale di immagini intime, le minacce trasformate in battute, fino alla giustificazione della violenza come reazione a un comportamento femminile ritenuto inaccettabile'.

 

'Per questo non consideriamo quanto sta accadendo a Modena una discussione puramente accademica. Le parole utilizzate per raccontare la violenza hanno conseguenze. Se chiamiamo ‘conflitto’ la sopraffazione, se trasformiamo l’aggressore nel ‘bravo ragazzo esasperato’, se cerchiamo continuamente una responsabilità della vittima, contribuiamo a rendere più difficile riconoscere la violenza prima che arrivi alle sue conseguenze estreme. Non chiediamo che alcune opinioni vengano censurate: chiediamo esattamente il contrario, che il confronto sia realmente plurale, fondato sui dati, sulla ricerca, sull’esperienza di chi da decenni lavora accanto alle vittime e sul quadro normativo costruito per prevenire e contrastare la violenza di genere. Un convegno a tesi, privo di un vero contraddittorio, non può essere presentato come se rappresentasse l’intera complessità del fenomeno. Il punto, allora, non è stabilire se esista la violenza commessa da una donna: certamente esiste e va perseguita come ogni altra violenza.

La domanda è un’altra: esiste il femminicidio? La nostra risposta è affermativa. Esiste un fenomeno nel quale troppe donne vengono uccise all’interno di relazioni affettive o familiari, spesso nel momento in cui scelgono di separarsi, di sottrarsi al controllo o di esercitare pienamente la propria libertà. Negarlo, relativizzarlo o dissolverlo dentro una presunta simmetria tra uomini e donne non aiuta nessuna vittima. Ci impedisce soltanto di vedere le radici del problema'.

 

'Contrastare la violenza significa anche avere il coraggio di interrompere quella catena di silenzi, minimizzazioni e giustificazioni che ancora accompagna troppi episodi. Perché il femminicidio non nasce dal nulla: diventa possibile anche dentro una cultura che continua a trovare attenuanti alla sopraffazione e a considerare la libertà delle donne qualcosa di negoziabile. Ed è precisamente quella cultura che dobbiamo cambiare'.

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