
Parole che aprono un altro fronte rispetto alle critiche aprioristiche mosse da tutta la sinistra e addirittura dal sindaco Mezzetti e dall'assessore Camporota. Quello dei fondi destinati alle associazioni antiviolenza. Parole coraggiose che squarciano un velo di ipocrisia rispetto a una questione delicatissima, affrontata con colpevole ideologia non tanto dai partiti (questo non meraviglia), ma da un sindaco che dovrebbe rappresentare tutti i cittadini.
'Il convegno, però, ha sollevato un polverone. Associazioni femministe, centri antiviolenza e la stessa giunta comunale si sono schierati contro, parlando di provocazione. Il timore è che parlare della violenza femminile possa finire per depotenziare la lotta alla violenza maschile, al femminicidio e al patriarcato. E qui si aprono due questioni. La prima riguarda quella che molti definiscono censura ideologica: perché impedire o delegittimare il dibattito su una forma di violenza dovrebbe rafforzare la lotta contro un’altra? Riconoscere una vittima significa forse negarne un’altra? - scrive Clarissa Martinelli -. La seconda è più concreta e riguarda le risorse pubbliche. Il timore, nemmeno troppo velato, è che riconoscere come la violenza possa colpire entrambi i sessi con modalità diverse possa portare la politica a destinare maggiori risorse anche a padri separati, uomini cacciati di casa o vittime di violenza psicologica ed economica; questo non piace alle tante associazioni antiviolenza che ricevono fondi per tutelare le donne. Da una parte, dunque, la necessità di rompere il silenzio e tutelare ogni vittima. Dall’altra, la difesa di spazi e finanziamenti costruiti negli anni intorno al contrasto della violenza sulle donne, vittime in numero maggiore di violenze fisiche e perfino uccise. E allora oggi vi chiediamo: il contrasto alla violenza deve diventare una guerra tra vittime per accaparrarsi le risorse pubbliche, oppure lo Stato ha il dovere di tutelare chiunque subisca un abuso, indipendentemente dal sesso?
G.Leo.


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