Secondo Bettini, la vicenda rappresenta non solo la necessità di riflettere sull'opportunità di rilanciare la discussione sui punti nascita, ma 'l’ennesima dimostrazione di come l’intero assetto sanitario montano, via via depotenziato, sia inadeguato a garantire risposte tempestive e sicure ai cittadini. Si parla tanto di rete territoriale e potenziamento dei servizi – afferma – ma di fatto ci troviamo con un sistema d’emergenza sotto stress, che per gestire un parto fisiologico ha dovuto impegnare tre mezzi di soccorso, tra cui un elicottero. E se in quello stesso momento si fosse verificato un infarto o un grave trauma altrove? Non ci sarebbero state risorse sufficienti”.
E qui si ripropone anche il tema della distanza dal centro nascite più vicino, e le condizioni viarie sempre peggiori e che diventano quasi impossibili da superare se non appunto con un elicottero (che nel caso di emergenza ostetrica poteva essere utilizzato solo a certe condizioni), nel momento in cui ci sono emergenze come l'interruzione totale o parziale del collegamento stradale principale come sta succedendo sulla Nuova Estense con i lavori al viadotto Rio-Torto.
'Anche per questo - sottolinea Il comitato - il tema della sicurezza sanitaria in Appennino non può ridursi al solo dibattito sui punti nascita, chiusi a partire dal 2017. È l’intero sistema che è stato impoverito – continua Bettini – dai servizi di pronto soccorso alla reperibilità degli specialisti, fino alla presenza di medici in grado di intervenire sul territorio. Non è accettabile che ancora oggi ci si chieda, di fronte a un’emergenza, se a Pavullo sia presente o meno un ginecologo”.
Le preoccupazioni si estendono a tutto il territorio montano, da Modena alla provincia reggiana, dove la distanza dai centri attrezzati si somma alla scarsità di personale e mezzi.
Alla luce dei fatti, il comitato rilancia la richiesta di una revisione profonda del modello sanitario per le aree interne: “Chiediamo non solo la riapertura dei punti nascita, ma soprattutto un vero piano di emergenza territoriale che garantisca la presenza costante di professionisti e strumenti, per tutelare la salute di chi vive in montagna”.



