Il messaggio pasquale di quest'anno dell'arcivescovo di Modena ha toccato i nodi più profondi delle inquietudini che da sempre scuotono l'uomo, oggi amplificati da una contingenza fatta di lutti e restrizioni. E' un messaggio che richiama ciascuno, a livello personale e collettivo, allo sforzo più grande. Accettare la propria sconfitta, ammettere i propri errori e le proprie morti. Un passaggio che va al di là del messaggio cristiano in senso stretto, ma che è visibile anche in termini laici nei cicli stessa della natura e nei percorsi elaborati dalla esperienza umana. Senza inverno non può esserci primavera, senza l'iniziale ammissione della debolezza non può esserci uscita dal tunnel di qualsiasi dipendenza, senza scuse non può esserci perdono. Nella consapevolezza che non si tratta nemmeno di un tragitto a senso unico, di un viaggio fatto una volta per sempre, ma viceversa di un cammino circolare, di un eterno ritorno che implica una fermata come presupposto di ogni ripartenza, una sconfitta come base di ogni vittoria. Quasi che la Morte stessa debba essere accettata ogni anno per poter dare un senso alla Resurrezione.
Un messaggio, quello del vescovo, che arriva in un territorio sempre uguale a se stesso, in perenne ricerca di autocelebrazione e incapace di riconoscere i propri errori. Un territorio che forse, come nessun altro nel nostro Paese, si sta ripetendo da decenni che davvero va tutto bene e che oggi - più che mai - vede frantumarsi questa narrazione autoassolvente, quasi maniacale nella sua cantilena ottusamente amplificata dal Sistema di potere fatto di tasselli servili e interessati. Di fronte all'apparire del vero, di fronte alla strage nella cra, di fronte a una campagna vaccinale raffazzonata, di fronte alla solita testuggine che immancabilmente nega ogni errore...
Un messaggio che però, allo stesso tempo, tocca le coscienze individuali e che impone, per chi lo vuole ascoltare, la necessità di superare la logica della delega e della ricerca delle colpe fuori da sè, iniziando a fare semplicemente il proprio pezzo. Senza machiavelliche speranze di tornaconto. Rinunciando a patetiche scuse e comodi rinvii. Accettando di poter fallire di nuovo, anche nel tentativo stesso di rialzarsi. Perchè a volte i cicli sono più brevi, a volte apparentemente interminabili e i tre giorni di chiusura del Sepolcro diventano anni. Ma nulla è mai definitivo.
Giuseppe Leonelli
Foto Frizio



