Direttore Leonelli,
ho letto il suo editoriale con attenzione e con rispetto (qui l'articolo pubblicato stamattina ndr). Le domande che pone sono domande utili, perché il Primo Maggio ha senso solo se non si riduce a una celebrazione di circostanza. Se costringe tutti, anche noi, a misurarci con la realtà.
Per questo le rispondo partendo da Modena. Non da formule astratte.
Perché a Modena il lavoro non è una teoria. È una busta paga che non tiene più il passo della vita. È un affitto che può mangiarsi oltre il 40% di uno stipendio. È una casa che diventa irraggiungibile anche per chi lavora. È una famiglia che torna a casa e trova la raccomandata con il sollecito di pagamento delle bollette a rate, pena il distacco delle utenze, mentre il gestore, partecipato dal pubblico, racconta quanto sia green e intanto macina utili milionari.
È qui che il lavoro smette di essere una voce dell’economia e torna a essere quello che è davvero: una questione di giustizia.
A Modena questa pressione si vede ovunque. La sentono i giovani, che studiano, si formano, si impegnano e poi scoprono che il futuro gli viene offerto a tempo, a frammenti, in leasing.
La sentono i pensionati, che hanno tenuto in piedi questo territorio e troppo spesso vengono trattati come un bancomat. La sentono le famiglie, che fanno quadrare tutto e intanto vedono arretrare salari, sicurezza, fiducia.E quando il lavoro arretra, arretra tutta la comunità.
Per questo il sindacato, se vuole avere senso, non può essere una liturgia. Deve essere il tentativo quotidiano di prendere un problema individuale e trasformarlo in una risposta collettiva. Con partecipazione, contrattazione, dignità. È questa, ancora oggi, la sua utilità vera.
E proprio la partecipazione è la leva decisiva. Non una parola da convegno. Non una formula gentile. La partecipazione è il modo più serio per cambiare davvero le cose, perché impedisce che le decisioni vengano prese sopra la testa delle persone. È il punto in cui lavoro, impresa, istituzioni, università e comunità smettono di guardarsi con diffidenza e iniziano a scrivere insieme dove vogliono andare. Se Modena ha davanti una montagna da scalare, la partecipazione è il modo concreto per cominciare a farlo.
E la montagna è vera. Entro il 2042 perderemo il 22% della forza lavoro. Ventidue per cento. Questa è la bomba silenziosa che abbiamo sotto i piedi.
Per questo diciamo che i circa 20.000 alunni stranieri che siedono oggi sui banchi delle scuole modenesi non sono un corpo estraneo. Sono già una parte del futuro di questa terra. E per questo diciamo che lo ius scholae è una scelta di realtà e di buon senso. Ma per essere seri fino in fondo bisogna dire anche un’altra cosa: la Bossi-Fini è stata una legge sbagliata, che ha prodotto più ricatto che governo, più precarietà che ordine, più irregolarità che sicurezza. Va superata, perché Modena ha bisogno di lavoro regolare, integrazione vera, diritti e doveri chiari. Non di ipocrisia.
Poi c’è un punto che a Modena non consente più mezze parole. Ed è la sicurezza.
Questo 2026 è iniziato in modo orrendo: tre morti sul lavoro in 25 giorni. Tre. E ogni volta diciamo che è una tragedia, ma troppo spesso ci fermiamo lì. Invece bisogna avere il coraggio di dirlo: molti schiacciamenti, molte cadute dall’alto, molti incidenti gravi parlano di rischi prevedibili, dunque evitabili.
Sì, servono più ispettori del lavoro. Sì, servono più mezzi per la Medicina del lavoro dell’Ausl. Sì, queste richieste restano giuste. Ma oggi a Modena serve anche qualcosa di più: una nuova cultura del confronto con le imprese.
Perché la sicurezza non può restare una casella da spuntare o un costo da comprimere. E perché un Rls o un Rlst non sono figure da tenere alla porta: sono alleati di chi vuole costruire lavoro più sicuro. E allora c’è un dato che dovrebbe inquietare tutti. Nel settore edile e nelle aziende che utilizzano macchine utensili, solo cinque piccole e medie imprese modenesi hanno scelto di utilizzare i check gratuiti per la verifica delle condizioni di sicurezza, pagati dalla Regione ed eseguiti dallo Spsal dell’Ausl. Cinque. Troppo poche per pensare che basti indignarsi dopo l’ennesimo infortunio. Troppo poche per dire che il territorio ha già capito fino in fondo la lezione.
Lo stesso vale per le altre grandi sfide modenesi. La casa, innanzitutto. Il progetto del Comune di Modena per oltre 1.000 alloggi di edilizia residenziale pubblica destinati alle famiglie della classe media può indicare una strada, se diventa una scelta forte di territorio. L’energia, poi: nel distretto ceramico lavorano 14.800 persone e qui si produce l’87% delle piastrelle italiane. Non possiamo affrontare la crisi energetica senza una strategia condivisa.
E infine l’intelligenza artificiale. Qui si gioca una partita decisiva. Se sarà una minaccia o una risposta, dipende da noi. Dipende da Modena. E dipende dalla partecipazione, cioè dalla capacità di non lasciare questa trasformazione nelle mani di pochi, ma di costruire una visione pubblica, territoriale, condivisa. Per questo l’Hub AI di Unimore è una opportunità straordinaria. Ma va riempito di coraggio e di ambizione: deve diventare il cuore di un vero Piano Marshall per l’intelligenza artificiale a Modena, capace di tenere insieme università, imprese, sindacato, istituzioni, formazione e lavoro. L’errore più grande sarebbe guardare la sfida con l’algoritmo dal buco della serratura.
Direttore, il Primo Maggio ha senso solo se rimette al centro questo: il lavoro reale, la vita reale. Modena reale.
Se il suo editoriale ci aiuta a tenere aperto questo confronto, allora è un bene per tutti.
Noi ci siamo. Non per difendere un rito. Ma per difendere l’idea che il lavoro meriti rispetto, giustizia e futuro.
Con stima,
Rosamaria Papaleo - segretaria generale CISL Emilia Centrale



