La fabbrica novecentesca, con i suoi ritmi e le sue tutele ha lasciato il posto a una galassia frammentata di contratti atipici, piattaforme digitali, appalti e subappalti. Dentro questo sistema, lo sfruttamento non è scomparso: si è trasformato. È diventato più sottile, meno visibile, spesso giustificato in nome della flessibilità o dell’innovazione.
Il caso dei rider è giustamente citato ad esempio. Formalmente autonomi, di fatto subordinati a un algoritmo che decide tempi, percorsi e compensi, rappresentano la nuova frontiera del lavoro povero e sfruttato. Non molto diversa la condizione di molti lavoratori della logistica, cuore dell’economia globale: turni massacranti, pressione costante, salari compressi. In altri settori strategici, per il territorio emiliano emblematico il caso delle cooperative della lavorazione carni, il ricorso alle esternalizzazioni ha spesso significato una riduzione delle tutele. E ancora si pensi all'autotrasporto dove la progressiva deprofessionalizzazione ha creato un vuoto nello storico tessuto di piccole e medie imprese, riempito dai grandi gruppi che si basano su manodopera sempre più a basso costo.
Di fronte a questo scenario, viene spontaneo chiedersi quanto sia rimasto delle conquiste sindacali del Novecento. Diritti come la stabilità, la sicurezza sul lavoro, la contrattazione collettiva non sono stati aboliti, ma in molti casi aggirati. La loro efficacia dipende sempre più dal settore, dall’azienda, dal tipo di contratto. E hanno smesso di essere universali.
E qui si apre una questione ancora più profonda: chi difendono davvero oggi i sindacati? Nati come strumento di tutela collettiva, appaiono spesso radicati paradossalmente tra i lavoratori più tutelati, gli impiegati del settore pubblico e tra i pensionati, mentre faticano a rappresentare le nuove forme di lavoro precario e frammentato. Rider, lavoratori delle piattaforme, addetti della logistica in appalto, proprio coloro che avrebbero più bisogno di una voce forte e organizzata restano ai margini della rappresentanza.
Stesso dicasi per il mondo della rappresentanza. Le associazioni di categoria hanno lentamente abdicato al proprio ruolo e oggi la loro voce è un pendolo tra irrilevanza e continuo tentativo di strizzare l'occhio al Governo di turno, locale o nazionale che sia, cercando non certo di tutelare il loro settore di riferimento, ma rinsaldare le rendite di posizione dei vertici.
Le multinazionali e i grandi gruppi, dal canto loro, esercitano un potere enorme.
Il tutto mentre gli squilibri tra ricchi e poveri aumentano e mentre i 'potenti', i dirigenti delle grandi partecipate, i membri di Cda nominati dalla politica, insomma quelli che un tempo venivano definiti 'padroni' e che ipocritcamente hanno solo cambiato nome, guadagnano 100 volte lo stipendio di un operaio in fabbrica, straordinari compresi.
Se così stanno le cose, poco contano gli indici di occupazione o i freddi numeri che i Governi di turno snocciolano sull'aumento dei posti di lavoro.
Cosa significa davvero festeggiare il lavoro? Il Primo Maggio diventa davvero significativo solo se serve a fare i conti con uno scarto evidente: quello tra i principi costituzionali e la condizione concreta di molti lavoratori. Rispettare l’articolo 1, oggi, è una questione meno solenne e più scomoda di quanto si racconti o si voglia colorare con la fanfara del Concertone.
Giuseppe Leonelli
Foto Italpress

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