Una stangata che ha scatenato la rivolta aperta di quindici amministratori locali, determinando una spaccatura inedita tra i sindaci del territorio: dodici i voti contrari espressi in aula, accompagnati da tre pesanti astensioni. A guidare la fronda sono stati soprattutto i primi cittadini della provincia e delle comunità dell’Appennino, che hanno definito i rincari insostenibili a fronte di un servizio di raccolta che continua a raccogliere forti critiche per standard qualitativi e criticità gestionali.
A pesare in modo decisivo sull'approvazione formale del documento è stato l'allineamento dei grandi comuni, a partire da Modena, e della stessa amministrazione provinciale, le cui quote di rappresentanza hanno blindato il risultato numerico a favore del 'sì'. La protesta si è invece concentrata in modo compatto sui rappresentanti delle aree collinari, della montagna e della prima provincia, coalizzati nel manifestare un dissenso trasversale che ha unito amministratori di diversi orientamenti politici contro le stime tariffarie presentate dall'agenzia d'ambito.
Nello specifico del Comune di Modena l’incremento medio dei costi si attesta attorno al 4,5%, una cifra inferiore alla media provinciale ma comunque significativa. Su questo incremento gravano non solo i pesanti conguagli legati al recupero dell'inflazione e i maggiori oneri contrattuali dei gestori, ma anche i costi vivi da milioni di euro, delle continue correzioni in corsa al sistema di raccolta, comprese le onerose operazioni di riposizionamento logistico dei cassonetti sul territorio urbano, oltre che alle opere di spazzamento.
La vera partita, anche se giocata sulla riduzione del danno si sposta ora sulla reale traduzione di queste cifre all'interno delle bollette dei contribuenti. L’approvazione del PEF da parte di ATERSIR non equivale infatti a un rincaro identico e automatico per ogni utente, poiché la normativa concede ai singoli Comuni un margine di manovra politico per l'approvazione delle tariffe finali.


