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Schwa (e rovesciata), cosìCastelfranco lancia il vuoto progressismo

Schwa (e rovesciata), cosìCastelfranco lancia il vuoto progressismo

Solo ammettendo le nostre intrinseche diversità, potremmo creare un mondo in cui non importa chi sei e come appari


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Ogni giorno, appena mi sveglio, faccio una scommessa. Chi sarà il primo a dire che i diritti sono tornati al centro del dibattito politico? Ci sono cascati un po’ tutti, dai “grandi” politici fino ad arrivare al sottoscritto. La verità, brutale, è che non è così.

Sì, sì, odio fare l’uccello del malaugurio, ma la verità è incontrovertibile. Basta vedere le opinioni come cambiano in fretta se al posto di eutanasia si parla di matrimoni tra persone dello stesso sesso e ius soli (ne è la prova referendum sul taglio dei parlamentari con il 69,96% di sì). Le persone non hanno messo nuovamente i diritti al centro, sono solo diventate più egoiste. Insomma, curo il mio giardino, ma chissene del mio vicino o di ciò che è pubblico, anzi, ogni aiuto a loro è un aiuto che non arriva a me.

Non a caso, si parla di progressismo da anni, ma nessuno dalla nascita della Seconda Repubblica è mai riuscito a mettere in campo un programma decente che lo incarnasse. Nel mentre, i sovranisti sono avanzati e hanno portato avanti in tutto il mondo un leaderismo gutturale guidato dalle pulsioni degli elettori (per definizione contraddittorie e irrazionali).

Se fossi uno come loro, tirerei fuori un capro espiatorio come la globalizzazione, l’istruzione fallace o il Pulcino Pio per spiegare questa situazione.
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Ma mentirei. La colpa è della (ormai vecchia) sinistra, ostaggio di mummie incartapecorite ed estremisti inculenti ed intrattabili, divenuti una aristocrazia incancrenita sulle sue posizioni.

Dei primi si può dire poco, non sono né caldi né freddi e temono di perdere elettori ad ogni azione. Dei secondi mi fa ridere vedere come usano la “schwa” (ə) o un asterisco (*) alla fine delle parole (es. “ciao a tutt*” e “ciao a tuttə”) per evitare di offendere le persone non binarie, infarcire la propria gola di parole inglesi perché “siamo europei” e, poi, rispondere alla domanda “Perché difendi i diritti di (inserire minoranza ingiustamente discriminata)?” con “È giusto così!”. Entrambi si sono così concentrati sulla forma, sulla apparenza, che hanno perso la sostanza. Ecco, questo è quello che io chiamo vuotamente progressista. Per parafrasare, è come partire per un viaggio intercontinentale con solo uno spazzolino e un paio di magliette di juta.

Giusto per precisare, difendere i diritti di tutti a prescindere, non è una cosa buona solo di per sé, ma per la società intera. Una comunità di equivalenti è un successo per tutti.
“Equivalenti”, non “uguali”, cioè che hanno lo stesso valore e non che sono identici. Ricordate la prima legge dell’umanità: Nulla è uguale, tutto è simile. Solo ammettendo le nostre intrinseche diversità, potremmo creare un mondo in cui non importa chi sei e come appari, una società che sfrutta ogni sua energia per produrre non banalmente ricchezza, ma benessere. Benessere che, tra l’altro, è il pilastro di una società tollerante. E’ un motore che si alimenta da solo. Tuttavia, ormai è caduta la volontà di comunicare questa assoluta verità dura da spiegare.

Il nuovo progressismo, invece, deve e dovrà passare attraverso una vera sostanza, un vero riordinamento delle idee. Solo dopo aver battezzato un’utopia da raggiungere, ci si potrà occupare dell’apparenza. Perché il futuro non è una serie di idee in fila come una lista della spesa. Il futuro, il futuro … è un organismo vivente di ambizioni e speranze disperate in cui non puoi parlare di Rivoluzione Verde senza parlare del come superare l’evasione fiscale che sorregge la nostra economia come una terza gamba, né di come aiutare integrare gli stranieri senza pensare un piano geopolitico robusto per contrastare il lavoro dei trafficanti di esseri umani.

I sovranisti hanno deciso di chiudersi in un culto di un passato migliore, in una retrotopia (“Make America Great Again”, per dirne una), in un programma basato si affermazioni tutte al passato?
Bene … rispondiamo che il meglio si declina sempre al futuro.

Alberto Avallone
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