Prima dell'inizio dell'inaugurazione si ferma con noi per rispondere ad alcune nostre domande. La prima riguarda proprio il ruolo dell'Onu, e le ragioni per le quali di fatto non riesca ad incidere su quanto sta succedendo in Palestina. Francesca Albanese è dubito lapidaria. 'Un'organizzazione che non riesce a prevenire le aggressioni, e non riesce a risolvere i conflitti, è un'organizzazione che ha perso un po' la sua ragion d'essere. L'Onu è nella sua fase di paralisi, o comatosa, la più acuta in ottant'anni di vita”, afferma. “È paralizzata dall'aggressione e dalla legge del più forte che gli Stati Uniti stanno imponendo. Già due anni e mezzo fa, insieme ad altri osservatori indipendenti delle Nazioni Unite, lanciavamo l'allarme: se si fosse normalizzato ciò che stava accadendo a Gaza, nessuna misura avrebbe poi fermato l'escalation”.
Secondo Albanese, l'assenza di una risposta efficace dopo i primi attacchi contro infrastrutture civili ha contribuito a rendere sempre più accettabile la distruzione della Striscia. “La distruzione della vita civile e delle infrastrutture di Gaza fa da specchio alla distruzione dell'impianto normativo che avrebbe dovuto prevenirla. Ed è proprio questo che si riflette nell'impotenza delle Nazioni Unite”. Argomenti che si intrecciano e che attraversano la mostra allestita presso lo spazio Venturi, “Falasteen – Sumud, storia di un popolo”.
“Questo libro è molto denso di significato. È qualcosa di talmente grande e diverso da qualsiasi progetto in cui sia mai stata coinvolta che faccio fatica a descriverlo”, racconta. “Sono emozionata, ma anche triste. Sono tre anni di lavoro che cominciano con il racconto del genocidio e continuano attraverso tante storie”.
L'opera intreccia la grande storia collettiva alle vicende individuali. Vi trovano spazio i racconti della Nakba, di Sabra e Shatila, della Prima Intifada, del processo di pace e di altri momenti cruciali della vicenda palestinese. “Non vuole essere un volume esaustivo sulla storia della Palestina”, precisa Albanese, “ma offre l'opportunità di ascoltare dalla viva voce del popolo palestinese la ricostruzione di passaggi essenziali di quel percorso”.
A rendere il progetto ancora più significativo, sottolinea la Relatrice speciale Onu, è il lavoro collettivo che lo sostiene.
Al centro dell'opera c'è il concetto di Sumud, la fermezza quotidiana di chi resiste, resta e custodisce il proprio legame con la terra nonostante guerre, occupazione e oppressione. Un filo rosso che attraversa l'intero progetto e che oggi trova una prima forma pubblica nelle tavole esposte a Modena.
Una città dove il registro delle istituzioni nei suoi confronti è completamente cambiato. Lo scorso anno, oltre all'accoglienza in comune con diversi consiglieri, da parte del sindaco che le aveva omagiata anche del Grosso d'Argento, quest'anno nulla. Nessuna presenza istituzionale nemmeno durante il suo passaggio in piazza Torre, per raccogliere il saluto e l'abbraccio della consulta popolare di Modena avvolta dalle bandiere della Palestina. “Io devo dire che in Emilia-Romagna mi sento sempre accolta dall'affetto di tante persone. Questa è la decima volta che vengo a Modena e conosco tanti modenesi. Cammino per strada e c'è gente che mi abbraccia, che mi saluta, anche più dell'anno scorso”.
Nessuna polemica, dunque, nei confronti dell'amministrazione comunale. “Se ci si aspetta che io dica di sentirmi accolta più freddamente perché non c'è stato il sindaco a stendere il tappeto rosso, no, non mi cambia molto”, conclude.
Gi.Ga.


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