Continua la analisi in quattro puntate sulla realtà urbanistica modenese e non solo. Una analisi dell'urbanista Lorenzo Carapellese, alla luce della presentazione delle nuove proposte sulle aree nord di Modena e in concomitanza con la promozione della nuova legge urbanistica regionale. Dopo la seconda puntata ecco la terza.
L’attenzione a Modena sui temi della Città Sicura si è riaccesa recentemente durante la presentazione dei progetti per l’area Nord di Modena. Si è capito il lavoro lungimirante, sottile, molto cauto del FISU ( Forum Italiano Sicurezza Urbana) che tutto sommato in un arco di un tempo breve ha contribuito alla definitiva approvazione delle norme CEN contenute nel Manuale sulla sicurezza e gestione degli spazi urbani. Purtroppo senza il contributo organizzato della cultura urbanistica e degli urbanisti, quando invece sono questi quelli che più di altri avrebbero potuto dare (e ricevere) insieme a competenze innovative di molteplici professionalità che si sono cimentate sul tema della sicurezza urbana nel corso degli ultimi anni. Esperienze che avrebbero potuto poi essere ulteriormente utilizzate e diffuse in una spirale positiva di learning by doing al fine di aumentare la percezione della sicurezza e la qualità reale del vivere in aree urbane.
E non solo con un mezzo pomeriggio di illustrazione del manuale utile per far prendere punti ai partecipanti.E’ invece giunto il momento di mettere insieme queste professionalità preziose per la progettazione della città del prossimo futuro. E questa volta all’interno del “dream team” oltre alle professionalità che negli anni passati hanno supportato l’urbanistica e l’urbanista (agronomi, statistici, esperti di traffico e trasporti, geologi, architetti edili e restauratori, ingegneri) è necessaria l’integrazione con criminologi, sociologi, mediatori culturali, ONLUS, operatori del terzo settore; ed ancora vigili urbani, carabinieri e forze di polizia, esperti di security e di safety, di information technology e della comunicazione. Professionalità queste che sono poi quelle in parte coinvolte nel percorso cha ha portato alla approvazione del Manuale di “Pianificazione, disegno urbano e gestione degli spazi”.
I side effects di tale esperienze potrebbero portare ad un incremento della sicurezza sia reale che percepita e non solo attraverso la forza o l’applicazione di concetti tipo “tolleranza zero” o “legge ed ordine”, ma attraverso la comprensione profonda del rapporto tra spazio pubblico e degrado, segregazione e qualità dell’ambiente urbano, accoglienza e solidarietà.
Oggi è più che mai necessario intervenire concretamente sulla qualità della vita urbana, da ottenersi con pochi, qualificati, urgenti e mirati interventi innanzi tutto a livello della città costruita e del quartiere.
Fare città sicura, città creativa, città di qualità e di benessere, città solidale, città facile, città di speranza ed integrazione è compito di diverse professionalità e competenze che la nuova legge urbanistica regionale neanche prende in considerazione a dispetto del fatto che la sede organizzativa del FISU è all’interno del Gabinetto del Presidente della Regione Emilia Romagna!
Coniugare i temi dell’accessibilità di quartiere ai luoghi di uso pubblico, della sicurezza dei parchi e delle ciclabili, del miglioramento della manutenzione, della predisposizione di piani urbanistici di dettaglio tali da non lasciare spazi bui… localizzare e dimensionare centri commerciali a misura di quartiere… Ecco di questo avremmo bisogno nella nostra regione: ovvero l’abbandono dell’urbanistica della mono destinazione d’uso, dove pezzi di città son relegati solo alla residenza senza neanche un negozio. Non della attribuzione ai privati del diritto alla programmazione e pianificazione urbanistica. Ma come è possibile delegare al privato tout court tali temi?
Le buone pratiche in tema di sicurezza urbana hanno dimostrato che non può esserci una soluzione valida per tutte le stagioni e situazioni. Ma al contrario che è solo facendo tesoro di professionalità, di esperienze, teorie e tentativi, ma anche di armonia e coordinamento con altri interventi di tipo sociale, che si possono ottenere importanti risultati. Integrazione di politiche di valorizzazione delle aree e luoghi di uso pubblico con i temi della accessibilità e mobilità; ampio, solidale e sostenuto apporto alle iniziative del privato-sociale, coniugate ad interventi di natura strutturale di parte pubblica, sono in definitiva gli ingredienti necessari per ottenere sicurezza.
Se così è allora il tema della sicurezza in ambito urbano non può solo essere circoscritto all’ ”hot spot” del momento, ovvero all’edificio abbandonato che ospita i sempre più poveri o l’edificio dove si spaccia e si pratica la prostituzione. E neppure può limitarsi alla chiamata operosa dei volontari contro i soliti “graffitari” o alla repressione tramite ordinanze contro la vendita di alcolici nelle strade del centro storico affollate di giovanotti col bicchiere in mano o ai dintorni di tutte le stazioni ferroviarie italiane. Le analisi, le prassi e gli interventi di “sicurezza urbana“ devono permeare la pianificazione urbanistica, devono trovare anche riscontro su aree più vaste. Insomma la sicurezza e la sua percezione sono temi che vanno affrontati dal micro al macro e viceversa, dove il quartiere (inteso non come unità amministrativa ma come unità di un vicinato realmente praticato e vissuto dei/dai suoi abitanti) deve essere considerato l’unità minima di pianificazione. E queste valutazioni, analisi, ipotesi non possono essere affidate solo ai privati…… se non vogliamo che dagli “accordi operativi” nascano aree recintate solo per la buona borghesia ( quella rimasta). Certo la città va costruita e rigenerata con i privati, ci mancherebbe altro, ma il pallino deve rimanere nella mani dell’amministrazione comunale. Punto.
Lorenzo Carapellese



