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'Cara prof, dall'Ateneo non mi aspetto criminalizzazione del dissenso'

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Davanti a questa lezione non posso fare a meno chiedermi per quale motivo l’università stia rinunciano sempre di più a uno spazio libero e critico


'Cara prof, dall'Ateneo non mi aspetto criminalizzazione del dissenso'

E’ ancora possibile trovare contesti nei quali viene coltivato e valorizzato il pensiero critico? E’ con questo interrogativo che desidero aprire una riflessione in difesa del pluralismo e della necessità di dare luogo a dibattiti in grado di cogliere la complessità della realtà che ci circonda, due elementi che oggi appaiono ai nostri occhi come un ricordo sempre più sfumato, persino in quegli ambienti in cui li davamo per scontati come, ad esempio, il mondo culturale ed accademico, sempre più sottomesso ad un pensiero unico che tende verso la mediocrità e la semplificazione.

Per questo motivo vorrei offrire la testimonianza di una lezione universitaria a cui ho assistito recentemente e, durante la quale, ho faticato parecchio a scorgere tutte quelle sfumature che caratterizzano la difficile situazione che stiamo vivendo.
Ci tengo a specificare che la mia non vuole in alcun modo essere una critica alla spiegazione della docente, (del resto sono solo una studentessa che ha ancora parecchio da imparare) ma piuttosto uno spunto di riflessione da cui partire per domandarsi se l’università è ancora in grado di offrire ai propri studenti un quadro articolato e complesso del mondo che li circonda.

Temi centrali di questa lezione sono stati i virus e i mezzi di cui disponiamo per poterli contrastare, con un affondo particolare sull’attuale pandemia. Un argomento sicuramente interessante, ma che ritengo necessiti di essere trattato in modo profondo, in particolare alla luce delle ricadute sociali che una sua trattazione eccessivamente semplicistica e radicalizzata ha provocato.

Innanzitutto, non posso fare a meno di soffermarmi su alcuni commenti che non hanno fatto altro che fare da eco alla narrazione, a mio parere tossica, propagandata anche dai media, il tutto accompagnato dalle risatine di approvazione dei presenti.

“Alcune persone, proprio non vogliono capire. Occorre avere una predisposizione all’ascolto” ha affermato la docente riferendosi a chi non comprende l’importanza delle risorse messe in campo per contrastare il virus, senza però pensare che la predisposizione all’ascolto a cui lei fa riferimento e che condivido in pieno, può essere definita tale soltanto se è capace di prendere in considerazione anche le voci critiche, totalmente assenti nella fotografia da lei offerta nel corso della lezione e sostituite da un’unica bolgia di estremisti, che tra l’altro non conta neanche tanti seguaci.

Poi, facendo riferimento alla sua posizione a favore della campagna vaccinale, che non mi sento in alcun modo di giudicare perché non ho né il ruolo, né le competenze e che, a prescindere da quello che io posso pensare in merito, ritengo in ogni caso legittima, ha affermato: “La mia non è un’idea politica. Vi sto solo esprimendo il mio punto di vista da scienziata. La conoscenza ci aiuta a fare la scelta giusta”. Ecco, in questo caso vorrei aggiungere che la conoscenza oltre a guidarci nel compiere decisioni importanti, è anche ciò che ci spinge a porci delle domande, a coltivare il dubbio e, soprattutto, a considerare anche punti di vista diversi dai nostri che, in alcuni casi, possono inaspettatamente arricchire il nostro bagaglio culturale. Inoltre, credo che da parte dell’insegnante affermare, anche se implicitamente, quale secondo lei sia la scelta giusta da compiere in merito alla vaccinazione, un tema molto delicato e difficile che ci porta a compiere una serie di valutazione per nulla scontate a prescindere dalla nostra opinione, non sia particolarmente opportuno, principalmente perché ogni giorno osserviamo che le nostre decisioni personali, le quali dovrebbero essere libere vengono, al contrario, messe continuamente sotto esame, tant’è che oramai è divenuto normale mettere alla gogna il prossimo, semplicemente perché ha compiuto scelte opposte alle nostre. Inoltre, considerando che attualmente in Italia non esiste obbligo vaccinale e le persone non vaccinate, di fatto, non violano alcuna norma, nessuno di noi, a prescindere dalla propria opinione in merito, ha il diritto di affermare quale sia la strada giusta o sbagliata da perseguire. Allo stato attuale i cittadini, infatti, anche se fortemente condizionati da una serie di provvedimenti (a mio parere discutibili) che, in certo senso, incentivano fortemente la vaccinazione, sono ancora liberi di scegliere se sottoporsi o meno a questo trattamento.

Questo aspetto acquista a mio parere importanza considerando che la professoressa oltre ad essere una scienziata, è anche una docente in un dipartimento nel quale si formano educatori e insegnanti che, in futuro, saranno responsabili della crescita e dell’istruzione di bambini e ragazzi. Bambini e ragazzi che, troppo spesso, in questo periodo sono oggetto di giudizio da parte degli adulti i quali, per ignoranza o assenza di empatia, si permettono di porre domande o esprimere la propria opinione sullo stato vaccinale dei loro alunni, ferendoli e mettendoli in imbarazzo a causa di decisioni che, tra l’altro, sono state prese dai genitori e che possono considerarsi in ogni caso legittime per le ragioni esposte in precedenza.

Alla luce di questo, ritengo sia importante sensibilizzare i futuri insegnanti sul fatto che che ci sono contesti e situazioni nei quali è meglio non esprimere il proprio giudizio o avere la pretesa di essere a conoscenza dei dati sensibili dei propri studenti, per evitare di comprometterne la serenità e creare situazioni di discriminazione all’interno della classe.

Un ulteriore commento che mi ha fatto comprendere come secondo la docente soltanto una scelta possa considerarsi legittima è stata: “Siamo adulti. Vaccinati. E’ proprio il caso di dirlo”, dando per scontato che tutti i presenti in aula fossero per forza vaccinati anche se, almeno per ora, è ancora consentito accedere all’università con un lasciapassare ottenuto effettuando un tampone. Anche su questo ritengo sia doveroso esprimere due parole, considerando che l’ateneo di cui faccio parte si dichiara, giustamente, molto attento nei confronti della comunicazione e del linguaggio inclusivi.

I non vaccinati, che ad alcuni piaccia o meno, esistono. Sono uomini e donne, ragazzi e ragazze, bambini e bambine. Sono persone, individui, esseri umani ai quali dovrebbero essere garantiti lo stesso rispetto e la stessa dignità degli altri. Dunque, questa affermazione, che può apparire innocua, e sicuramente non è stata fatta con l’intento di ferire o creare disagio (di questo sono sicura) lascia però trapelare come la considerazione che, in generale, si ha delle persone non vaccinate sia talmente bassa da non meritare nemmeno di essere prese in nota, persino in quei contesti sociali nei quali è ancora possibile accedere.

Infine, la docente, facendo prima riferimento alle persone prive di competenze che credono di possedere conoscenze in ambito medico-scientifico, ha ribadito l’importanza di ascoltare i virologi in modo da scendere dal proprio piedistallo e affidarsi a quella che sembra essere l’unica via di salvezza, la scienza. Un discorso che, in parte, è a mio parere condivisibile ma che dovrebbe includere tutte le persone compresi i virologi stessi, i quali tendono sempre più spesso a uscire dal loro ambito di competenza ed esprimere giudizi inopportuni sui cittadini, talvolta utilizzando appellativi di una tale pochezza che non mi sento nemmeno di ripetere.

Tuttavia, al di là di questi commenti che possono essere considerati più o meno opportuni, l’aspetto che più di tutti ha suscitato in me un senso di amarezza è stato il quadro generale della situazione odierna offerto durante la lezione, a mio avviso, fortemente polarizzato e tendente alla semplificazione delle diverse posizioni che si possono assumere nei confronti della gestione della pandemia. Alla luce di questa spiegazione, infatti, è emerso che: da una parte abbiamo la Scienza, rappresentata dai suoi illustri e incontestabili specialisti che difendono all’unisono e a spada tratta tutti i provvedimenti presi per contrastare l’avanzata del virus, in particolare la vaccinazione di massa, e dei quali dobbiamo fidarci ciecamente per evitare di farci ingannare. Dall’altra parte abbiamo una fetta di popolazione, rappresentata da un’esigua minoranza altamente pericolosa che difende teorie cospirazioniste per nulla affidabili. Un gruppo di complottisti dotati di scarsa cultura che ritengono che la pandemia non sia altro che una messa in scena a livello mondiale, per poi arrivare a citare persino una teoria secondo la quale alle persone, durante la vaccinazione, verrebbe inoculato una sorta di microchip che un giorno esploderà all’improvviso.

Davanti a questa fotografia non posso fare a meno di esprimere perplessità e sgomento, due sensazioni che hanno scaturito in me una serie di domande che non ho avuto il coraggio di porre all’insegnante per timore di essere giudicata.

E tutti gli altri? Dove si collocano coloro che semplicemente si pongono delle domande relative alla gestione dell’emergenza sanitaria? Esiste per caso un posto per coloro che si limitano a sollevare dubbi e questioni riguardo ai provvedimenti presi nel nostro paese e alle loro conseguenze? Sinceramente non credo che queste persone si sentano a loro agio in nessuna delle due categorie precedentemente descritte e quindi siano state automaticamente tagliate fuori da quello che secondo la docente è il quadro al quale fare riferimento quando si pensa alle diverse posizioni riguardanti la situazione attuale, un quadro che, secondo il mio modesto parere, è stato miseramente svuotato della complessità che lo caratterizza. Una complessità costituita da persone e idee anche molto diverse tra loro ma accomunate da una coscienza critica che rifiuta quei due poli opposti costituiti da un complottismo eccessivamente estremista da una parte e da un atteggiamento dogmatico e supponente dall’altra.

Davanti a questa lezione non posso fare a meno chiedermi per quale motivo l’università stia rinunciano sempre di più a quello spazio libero e critico che dovrebbe caratterizzarla, uno spazio d’incontro tra le diverse opinioni che animano la nostra realtà, probabilmente in grado di conciliare e di sanare la frattura sempre più profonda tra persone vaccinate e non vaccinate.

Con il rischio di cadere nel complottismo, tanto criminalizzato dalla mia professoressa, non posso fare a meno di prendere in considerazione l’ipotesi per cui la ragione di tale appiattimento del sapere sia proprio dovuta alla volontà da parte degli atenei di impedire un confronto e un dibattito aperto ed equilibrato, in grado di dare voce a posizioni critiche e veramente razionali e, di conseguenza, limitarsi ad offrire ai propri studenti la mera possibilità di trovare una collocazione in una delle due categorie descritte precedentemente che, a causa della mediocrità che le accomuna, rappresentano, a mio avviso, la doppia faccia della stessa medaglia.

Tuttavia, nonostante la delusione che provo davanti al panorama che il mondo dell’università offre a noi giovani, voglio continuare a credere nel sapere libero, indipendente e plurale, che per fortuna non è vincolato dalle nostre scelte personali, e sarà proprio il punto di partenza per ricostruire un’umanità capace di superare quelle divisioni che oggi la stanno dilaniando.
Una studentessa di Modena


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