'L’esperienza del dolore – ha ricordato il vescovo – è capace di legarci tutti tra noi e di renderci umani, superando le differenze. Come ha sottolineato il Santo Padre nel suo messaggio per questa giornata, il sostantivo persona vale più del suo aggettivo. Di questa verità, però, ci accorgiamo soprattutto nel momento della sofferenza. Non è un caso, quindi, che quando Gesù, nel Vangelo di Marco, ci promette il ristoro, lo faccia chiedendoci di prendere su di noi il suo giogo. Noi immaginiamo il gioco come qualcosa che ci imprigiona, Gesù lo intende nel senso originale del termine, che significa legame. Il legame con Gesù ci solleva e riduce la solitudine che è una componente fondamentale della malattia. Il malato ci tende la mano e ci chiede di condividere con lui la sofferenza, per alleggerirne il peso. In questo senso, il rapporto umano entra nel concetto stesso di cura. La relazione umana è essa stessa un farmaco potente, vero ossigeno per l’anima. Quando voi curate una persona, vi rapportate a tutta la sua rete di relazione. Per questo motivo è importante riuscire a dedicare un momento di relazione umana che completa e rafforza la prestazione sanitaria'.
'La nostra società – ha concluso il vescovo – tende a mettere da parte la dimensione della sofferenza e a nasconderla, nell’illusione che essa non arrivi mai. La figura dell’operatore sanitario lavora in un settore di alta competenza dove si misura con il cuore della condizione umana, che è costituita dalla la sofferenza e la fragilità. Per questo motivo credo che sia la più adatta a costruire questa sintesi tra tecnica ed etica, tra competenza e sensibilità”. Ringraziando i giornalisti, i fotografi e i cameramen presenti, ha poi concluso con una considerazione sull’importanza di una corretta informazione in un campo sensibile come quello della malattia, dove è importante non dimenticare mai l’aspetto umano della sofferenza'.


