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Il tribunale dà torto all’Ausl: sospensione illegittima, il dipendente amministrativo non vaccinato può lavorare

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Il giudice del lavoro di Modena ha accolto il ricorso di un dipendente. L'Ausl ha esteso l'obbligo anche agli operatori dei settori amministrativi che la normativa esclude dall'obbligo


Il tribunale dà torto all’Ausl: sospensione illegittima, il dipendente amministrativo non vaccinato può lavorare

La sentenza è del 27 giugno ed è destinata a rappresentare un precedente significativo nei numerosi contenziosi in atto tra Ausl e operatori dei settori amministrativi di aziende sanitarie sia in ambito pubblico che privato, sospesi senza stipendio perché non ottemperanti all’obbligo vaccinale in vigore fino al 31 dicembre 2022.

Il giudice della terza sezione civile del Tribunale di Modena ha accolto il ricorso presentato da un dipendente Ausl del settore amministrativo in servizio nella sede di via San Giovanni del Cantone a Modena, sospeso dal lavoro nell’aprile scorso perché non ottemperante all’obbligo vaccinale, imponendo all’Ausl di riammetterlo in servizio.

Sarebbero decine (ma la cifra è solo stimata visto che l’Ausl ha interrotto da tempo il report relativo al loro numero), gli operatori sia dell’Azienda Sanitaria sia ospedaliera, rientranti nella categoria degli amministrativi, sospesi senza stipendio perché non vaccinati o 'colpevoli' di non avere completato il ciclo vaccinale.
Ciò sulla base di una interpretazione restrittiva, nel caso in oggetto dell’Ausl di Modena (e oggetto della contestazione), della normativa sull’obbligo vaccinale per il personale sanitario che nella sua applicazione si scontra con la possibilità, prevista dalla normativa stessa, di non applicare l’obbligo al personale occupato in ruoli amministrativi in strutture non comprese nell'elenco di quelle sanitarie e sociosanitarie definite dall’articolo 8 Ter del DL 502 del 1992, ovvero che non erogano direttamente prestazioni sanitarie. E’ il caso della maggior parte del personale degli uffici Ausl di via San Giovanni del Cantone, sede amministrativa centrale e della direzione generale dell’Azienda. Dove hanno sede appunto per lo più uffici nei quali vengono svolte attività di carattere puramente amministrativo, di governo e gestione. In pratica nulla a che fare con attività di tipo sanitario o socio sanitario, tantomeno a diretto contatto con pazienti. E’ il caso del dipendente sospeso che ha presentato ricorso.

I fatti: nell’aprile scorso un operatore del settore amministrativo che da anni svolge la sua attività lavorativa nella sede di via San Giovanni del Cantone, e che aveva rifiutato di sottoporsi alla vaccinazione, riceve la comunicazione di sospensione dal lavoro, esecutiva dal giorno successivo. Senza stipendio. Il lavoro in Ausl è l’unica sua fonte di reddito. Sopravvivere senza fino al 31 dicembre, con una famiglia da mantenere, è difficile se non impossibile. Ma in ballo c’è anche una questione di principio e di principio giuridico. Decide di presentare ricorso contro il provvedimento di sospensione, chiedendo di essere reintegrato. Il presupposto è che l’obbligo non vige per gli operatori del settore amministrativo e la scelta dell’Ausl di estenderlo anche a tale personale costituirebbe un atto illegittimo e di fatto pregiudiziale.

L’Ausl si oppone e, come riportato in un nostro precedente articolo relativo all’affidamento di un incarico da 4000 euro ad un legale esterno all’Ausl per opporsi al ricorso di un dipendente sospeso, sostiene la legittimità dell’atto di sospensione. Il 27 giugno arriva la pronuncia del giudice del lavoro di Modena che accoglie il ricorso e impone all’Ausl di reintegrare il dipendente sospeso. Con effetto immediato.

La sentenza del Tribunale non fa giurisprudenza ma crea un importante e potenzialmente deflagrante precedente aprendo una crepa nell’applicazione restrittiva della normativa sull’obbligo vaccinale da parte dell'Ausl di Modena, estesa deliberatamente a tutti i dipendenti, compresi gli amministrativi. I casi di sospensione imposti anche nei confronti del proprio personale amministrativo, non ottemperante all’obbligo vaccinale, si sono moltiplicati in questi mesi. Molti operatori non hanno presentato ricorso ritenendo difficile l’accoglimento o per non doversi accollare ulteriori spese in un momento economicamente reso difficile dall’assenza di stipendio. E’ chiaro che in questo contesto il pronunciamento del giudice del lavoro del tribunale di Modena, che ha annullato di fatto il provvedimento di sospensione obbligando l’Ausl a reintegrare il dipendente, potrebbe spingere altri alla via del ricorso, anche in forma collettiva. Con ulteriore spesa da parte del’Ausl in caso in cui l’azienda continuasse a resistere in giudizio. Anche perché la riammissione al servizio non esaurisce un altro aspetto del problema. Quello dei mesi di stipendio persi. La pronuncia del Tribunale, impugnabile dall’Ausl, non produce effetti retroattivi. Per chiedere il risarcimento dei mesi di stipendio non percepiti il dipendente dovrebbe e potrebbe procedere ad un altro ricorso. Il reintegro in servizio per ora ne blocca solo la sospensione. Che non è poco, trattandosi della possibilità di tornare al lavoro e a ricevere lo stipendio. Anche solo per questo la sentenza rappresenta un precedente giuridico a cui appellarsi non solo per gli operatori Ausl ma per tutti gli operatori sospesi dal lavoro e impiegati in ambiti amministrativo in aziende ospedaliere oltreché pubbliche e private.  

Nel frattempo il pronunciamento del giudice avrebbe creato un piccolo terremoto anche tra il personale del palazzo Ausl in via San Giovanni del Cantone (quello recentemente oggetto delle scritte No Vax che ne hanno imbrattato i muri pochi giorni dopo la sentenza). Qui, alla notizia del ricorso presentato dal dipendente sospeso, un gruppo di colleghi fermamente pro-vax avrebbe organizzato una raccolta di firme a sostegno di una lettera di contestazione rispetto al possibile reintegro in servizio del proprio collega non vaccinato. Una lettera che, secondo indiscrezioni, sarebbe stata sottoscritta da una trentina di operatori ed inviata al dirigenza del personale dove sarebbe stata protocollata. Segno di un clima non certamente sereno tra operatori che lavorano fianco a fianco e che la normativa, ma soprattutto l’interpretazione della stessa, ha voluto dividere, premiare e punire sulla base non della qualità del lavoro da loro svolto, ma solo ed esclusivamente della propria scelta in ambito sanitario.

Gianni Galeotti



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