L’apertura è stata affidata ad Adam, adolescente, che ha riportato la pace alla sua dimensione più concreta: non un concetto astratto, ma un comportamento quotidiano. Ha ricordato che la violenza non è solo fisica, ma passa anche attraverso parole offensive, discriminazioni, esclusioni. 'A volte non è una violenza fisica, ma fatta di atteggiamenti o parole che possono ferire le persone', ha detto. Ha insistito sul fatto che la pace richiede uno sforzo condiviso, fatto di ascolto e collaborazione. Poi ha posto la domanda che ha orientato il dialogo: 'Se la violenza rimane comunque nelle nostre vite di tutti i giorni, come possiamo vivere insieme?'
L’Imam ha risposto partendo dalla sua lunga esperienza modenese. 'Io ormai sono a Modena da quasi 40 anni e questi incontri li faccio da più di 30 anni. Non li chiamo neanche più dialogo, li chiamo confronto', ha detto. Ha ricordato che la comunità islamica locale è presente e attiva nei momenti critici. 'Quando c’è bisogno noi siamo sempre lì a seminare la pace, perché seminando la pace si raccolgono i frutti della pace.' Ha criticato le forze politiche che, di fronte a crisi internazionali, scelgono di alimentare tensioni invece di offrire risposte concrete. 'Sono problematiche serie, giustamente, ma non sono quelle che veramente servono alla società.'
Il Vescovo di Modena ha affrontato il tema dal punto di vista educativo. 'La violenza è la negazione della pace', ha detto. Ha insistito sull’importanza dell’ascolto: 'Tutti vogliono avere la lingua lunga e purtroppo le orecchie molto piccole. Nelle nostre religioni è importante avere grandi orecchie per ascoltare e una lingua corta.' Ha ricordato che il dialogo non è spontaneo: 'Le grandi orecchie non si improvvisano. Nasciamo con due orecchie e una sola lingua perché dobbiamo educarci ad ascoltare come uno stereo.' Ha criticato la cultura del monologo e la violenza verbale amplificata dai social: 'I social sono spesso uno spogliatoio, una fogna dove entrano gli istinti più bassi.
La seconda testimonianza è arrivata da Paola, insegnante della scuola dell’infanzia. Ha descritto una violenza meno visibile ma molto diffusa: quella relazionale tra adulti. Ha parlato di interruzioni, svalutazioni, esclusioni. 'È una violenza che non lascia segni fisici, ma logora il clima e alla fine ricade sui bambini.' Ha raccontato la violenza “reattiva” dei bambini più fragili, che spesso è una richiesta d’aiuto. 'Non è un bambino cattivo. È un bambino ferito che non ha parole per dirlo.' Ha ricordato che la punizione non funziona con chi non ha strumenti per comprendere. 'Ogni volta che scegliamo la connessione invece della punizione, riscriviamo un pezzetto del loro futuro.' Da qui la sua domanda: 'Se il contesto è così complesso e faticoso, come possiamo testimoniare la pace?'
Castellucci ha richiamato la scuola come luogo dove si impara la democrazia quotidiana.
La terza voce è stata quella di Agnese, giovane volontaria. Ha descritto un clima sociale segnato da diffidenza e ostilità. 'Ci vogliono impauriti, siamo impauriti', ha detto. Ha denunciato la facilità con cui si cade nei luoghi comuni, dividendo il mondo in buoni e cattivi. Ha portato esempi concreti di una bellezza che resiste: il signore che avvisa dei fari accesi, la vicina che annaffia i fiori, la fornaia che chiede dell’esame. 'La bellezza è nei piccoli immensi gesti e può salvare il mondo.' La sua domanda è stata diretta: 'Come possiamo essere migliori di così?'
Le risposte hanno riportato l’attenzione sulla necessità di un lavoro quotidiano contro la rassegnazione e la superficialità.
La seconda parte dell’incontro è stata dedicata alla presentazione del Murales della Pace, realizzato durante il percorso educativo condotto da Caritas e GVC.
Isabella Vignoli ha parlato della violenza che si manifesta nei social, dove la distanza dello schermo riduce l’empatia. Ha definito scuola e comunità come “cantieri aperti”, dove l’errore diventa parte del processo educativo.
Sono poi intervenuti i giovani coinvolti nell’opera. Elia ha illustrato la tecnica e il significato del murales. Khadija ha letto la poesia che ha scritto per l’opera, un testo che parla di radici, vento, mani che si cercano. Elisabetta ha restituito i contributi della comunità integrati nel murales. Francesca ha spiegato la metodologia di lavoro utilizzata nei vari incontri.
In chiusura, Giuseppe Marchetti ed Eugenio Santi hanno ripercorso la storia del Gruppo Volontari Crocetta, ricordando l’impegno pluriennale su nonviolenza, integrazione e pace. L’invito finale è stato quello di continuare a far crescere i “Semi di Pace” nella vita del quartiere, a partire dal murales che ora rimane come segno visibile del percorso.



