La responsabilità dei decisori è di cercare strade nuove, capaci di garantire educazione, formazione, lavoro e ricerca anche all’interno degli istituti di pena. Zuppi ha contestato l’idea che il volontariato sia irrilevante: “Non è vero che la società civile non modifica il sistema. Non può cambiare il mondo intero, ma può incidere profondamente”. Il rischio, ha osservato, è credere che tutto debba essere gestito in modo centralizzato, come se ogni soluzione dovesse arrivare dall’alto. “È un’illusione. I sistemi possono essere lenti, ma la presenza costante, l’attenzione e l’approccio umano cambiano le cose”.
A sostegno della sua tesi, ha citato l’esperienza della Dozza di Bologna, dove tre aziende aziende del territorio hanno attivato laboratori produttivi all’interno del carcere: “Una realtà di cui la città è orgogliosa, e che dovrebbe essere normale non eccezionale'
Il nodo delle risorse: 'Tante sulla custodia, poche sulla rieducazione'
Il cardinale ha poi affrontato uno dei punti più critici: la distribuzione delle risorse economiche. “La maggior parte dei fondi è destinata alla custodia e alla sicurezza, interna ed esterna. Molto meno alla formazione professionale, al supporto psicologico, all’accompagnamento educativo”. Un disequilibrio che pesa soprattutto sui detenuti più fragili, in particolare su chi soffre di disturbi psichiatrici o dipendenze.
“Il carcere può aggravare situazioni già difficili, o crearne di nuove, se non c’è un accompagnamento adeguato”, ha avvertito. Le figure specializzate sono poche, gli interventi limitati “nella quantità e nella qualità”.
Recidiva: 'Senza percorsi reali di reinserimento resta al 70%'
Zuppi ha richiamato anche il tema della sicurezza, spesso evocato nel dibattito pubblico: “La recidiva si riduce solo se ci sono percorsi reali di reinserimento. Altrimenti resta al 70%. E questo dovrebbe far riflettere proprio chi parla di sicurezza”.
Ha riconosciuto il lavoro “enorme” della magistratura di sorveglianza, spesso sotto pressione: “Basta un incidente e tutto il sistema viene messo in discussione. È pericoloso”.
Nella parte conclusiva del suo intervento, il cardinale ha restituito al volontariato un ruolo centrale: “È quella crepa di luce che entra, con la presenza, l’ascolto, la dignità che restituisce. È già una rivoluzione”. Una luce che, ha auspicato, “deve diventare sempre più ampia”, affinché il sistema penitenziario possa svolgere davvero la funzione che la nostra cultura gli assegna: rieducare, non solo di custodia.


