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Festeggiare la vittoria del NO è festeggiare lo status quo

Festeggiare la vittoria del NO è festeggiare lo status quo

L'illusione che la bocciatura di una riforma proposta dal governo sia la bocciatura del governo durerà il tempo di una notte. E da martedì 24 non sarà cambiato nulla


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Le ore immediatamente successive e il giorno dopo il referendum sulla giustizia, il centrosinistra festeggia, ma cosa festeggia in realtà se non lo status quo? Il non cambiamento, lo stato delle cose già tale prima del referendum? Compreso, anzi soprattutto, quel sistema giudiziario che quasi tutte le forze politiche, negli ultimi vent’anni, hanno definito bisognoso di riforme?
Fino a ieri, tra le argomentazioni principali dei sostenitori del no, c'era la critica ad una riforma che non affrontava i problemi della giustizia. Oggi, tra le dichiarazioni festanti e di giubilo per la vittoria del no, non si è levata una parola sulla necessità, comunque, di affrontarli quei problemi della giustizia che rimangono sul tavolo. E nonostante si sia parlato di risultato del referendum come lancio del centro sinistra e del campo largo verso alle elezioni politiche del 2027. Nulla, nemmeno una parola. L'oggetto del referendum e i temi posti, cari anche alla sinistra, sono spariti già ai primi exit poll. Non è stata sconfitta una riforma è stato sconfitto il governo. Questo è il mantra che ha da subito pervaso i commenti post voto degli esponenti del centro sinistra e sostenitori del NO. Sta di fatto che Martedì 24, nella sostanza, non sarà cambiato nulla.
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Con la differenza che sarà festeggiata non una riforma ma la sua bocciatura. Di fatto lo stato attuale delle cose. Forzatura politica per non chiamarla contraddizione. I progressisti o sedicenti tali, esultano per la conservazione, per l’assenza di quel cambiamento che loro stessi invocano e che peraltro, non sono riusciti a garantire quando al governo.

Festeggiare politicamente una mancata riforma costituzionale (peraltro elevando la costituzione ad un dogma come tale immutabile ed intoccabile, in contrasto con lo stesso spirito dei padri costituenti, e come se la Costituzione in Italia non fosse mai cambiata) conferma che il punto non era la riforma della giustizia in sé, né quella specifica riforma. Come ha osservato anche Stefano Bonaccini, votare no sarebbe stato, ed è stato, importante per segnare la prima vera sconfitta politica sul campo del governo Meloni. E' anche questo il segno assunto a sogno che ha mobilitato contro il popolo della sinistra. Un voto contro il governo e non a una proposta. Un mantra a cui il governo e la campagna per il SI ha risposto nel merito, spostando il baricentro dela discussione proprio sul terreno più congeniale per PD e sinistra. Da qui l'ascesa inarrestabile del NO delle ultime settimane.

Fatto sta che considerare la vittoria del No alla stregua di una vittoria alle elezioni politiche ce ne passa. Il referendum ha bocciato una proposta di modifica costituzionale, che è certo cosa importante, forse il più importante obiettivo politico e di programma del governo ormai a fine legislatura, ma non un programma di governo. Non ha messo a confronto due visioni di Paese, ma una riforma. Non a caso la stessa segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, non ha mai evocato, nelle dichiarazioni pur politicamente cariche del post voto, le dimissioni della Presidente del Consiglio. Anzi, ha ribadito che il governo deve proseguire la sua azione.
Un’ammissione implicita sul fatto che il voto non cambia gli equilibri politici nazionali e le azioni di un governo, che si muovono su mille altri fronti e piani, dalle politiche fiscali, alla sicurezza, al welfare, alla sanità, alla crescita economica all'immigrazione. Certo una riflessione il governo la dovrebbe fare, a partire dai ministri e dai sottosegretari che lo rappresentano. E se questa era già opportuna prima del referendum lo è tanto più dopo il voto referendario in cui la vittoria del NO è stata possibile, almeno in quelle dimensioni, anche a causa degli errori, soprattutto nelle ultime settimane, nella campagna elettorale per il SI e degli esponenti del governo.

C’è poi un altro elemento che rende forzato il fare combaciare la vittoria del no al referendum alla vittoria di un fronte politico alternativo al governo. il fronte del No non coincide affatto con il suo elettorato. Tra i contrari alla riforma ci sono anche quote significative di elettori di Forza Italia, per esempio, intorno al 18%. così come tra i sostenitori del Sì figuravano non pochi elettori del Movimento 5 Stelle, circa il 13%. Il referendum ha attraversato i confini tradizionali dei partiti, rendendo impossibile o quanto meno una operazione velleitaria, trasformare il risultato in un indicatore politico. In sostanza passata l'euforia la realtà ci dice che oggi, 24 marzo, il Paese si ritrova esattamente dove era il giorno prima. con gli stessi problemi sul tavolo, compreso quello di un sistema giudiziario che la maggioranza delle forze politiche considera comunque da riformare; con un governo che comunque i sondaggi confermano con un buon gradimento, anche ad un anno dalla fine legislatura, e un esecutivo che, come sempre detto, continuerà la sua azione. E con un sistema giudiziario da riformare ma che a questo punto difficilmente potrà essere soggetto ad un altro progetto di riforma in tempi brevi. La vittoria del No è stata certamente una vittoria politica per chi la sosteneva. Ma è una vittoria che non produce effetti. Non apre scenari nuovi. Non modifica gli equilibri istituzionali. Non offre soluzioni alternative ai problemi che tutti riconoscono. È, in sostanza, la celebrazione dell’immobilismo di quello stato delle cose che non piace in fondo a nessuno ma che oggi, paradossalmente, una certa parte politica intende comunque festeggiare. Come hanno da subito fatto, con tanto di bella Ciao, i nutrito gruppo di magistrati della procura di Napoli. E visto che non è cambiato nulla, e chissà per quanto nulla cambierà, perché, a questo punto, non festeggiare tutti i giorni?

Gi.Ga.


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Nato a Modena nel 1969, svolge la professione di giornalista dal 1995. E’ stato direttore di Telemodena, giornalista radiofonico (Modena Radio City, corrispondente Radio 24) e consigliere Corecom (C...   

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