Per questo la sua candidatura si spiega solo come contropartita per CL. Quella CL che non sarebbe neanche un movimento politico, ma nel tempo è diventata solo politica. O meglio: la politica per il potere e per la bella vita, come ebbe a sottolineare nel 2012 Julián Carrón, successore di Don Giussani, dicendo: “se il movimento di CL è continuamente identificato con l’attrattiva del potere, dei soldi, di stili di vita che nulla hanno a che vedere con quello che abbiamo incontrato, qualche pretesto dobbiamo averlo dato”. Di certo di pretesti ne diede Roberto Formigoni, la figura più carismatica di CL: non sappiamo per certo se fu davvero lui a dettare la linea dicendo “dobbiamo sporcarci le mani”, dopo il repulisti di mani pulite, ma di certo, stando alle sentenze, se le sporcò. Non ebbe invece alcuna rilevanza penale la vicenda di Maurizio Lupi, suo successore per la Compagnia delle Opere, coinvolto da ministro nello scandalo delle Grandi Opere: nessun reato, ma quel Rolex fu politicamente senza ritorno.
Per questo fa sorridere lo scontro a distanza fra Stefano Bonaccini e Antonio Tajani. Perché sostenere, come fa Tajani, che per lavorare in Emilia-Romagna occorra la tessera del PD – se non vero, empiricamente verosimile - per poi però candidare la Ugolini, significa ammettere che il problema non è tanto il potere pervasivo e lobbistico: ma chi quel potere lo detenga.
Fin qui la politica. C’è poi l’aspetto prettamente elettorale. La Ugolini, seppur non politica, non è neanche civica. Perché civismo vuol dire non essere identificabili con una ideologia di riferimento.
La riprova? Mai come in queste elezioni tutto è familismo, amichettismo, nemichettismo, trasformismo: la vittoria del cinismo sul civismo.
Eli Gold

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