La decisione del primo cittadino di non intervenire ci è stata comunicata direttamente, in risposta alla nostra richiesta di un commento nel momento in cui spontaneamente non ne arrivavano. Una risposta che era naturale invece aspettarsi da chi, come lui, aveva attribuito così tanta importanza al convegno da intervenire pubblicamente e ufficialmente, in una domenica pomeriggio, ancora prima che si svolgesse. Era bastato il titolo per scatenare un anatema politico e di parte, pur dal piano istituzionale, senza precedenti per forma e contenuti, con un giudizio anche di merito. Ciò nonostante un panel costituito da avvocati, criminologi, psicoterapeuti, studiosi di lunga esperienza e conosciuti per la loro autorevolezza anche a Modena, che avrebbero presentato le loro relazioni e i loro lavori sul tema. In una sala pubblica, del Comune, e pagata anticipatamente al Comune dagli organizzatori. Il sindaco e l’assessore, in quella nota con la tempistica domenicale degna solo una emergenza, si dichiararono preoccupati, distanti dall’impostazione del convegno i cui contenuti venivano classificati, solo dal titolo, alla stregua di ‘grumi del patriarcato’. Come fosse loro funzione istituzionale esprimere una opinione di merito e di parte su un convegno scientifico e non quello di tutelare il diritto di farlo, quel convegno, soprattutto se già legittimato dallo stesso Comune con la concessione a pagamento della sala nel pieno rispetto del regolamento comunale.
Dichiarazioni senza precedenti e lontane, se proprio c'è da definire una lontananza ideale, soprattutto da quei principi di imparzialità e terzietà istituzionale più volte richiamate dallo stesso sindaco insieme all’ormai sedicente ‘apertura al dialogo’ e alla gentilezza, alla conoscenza al posto degli slogan, caratteristiche dichiarate della sua azione.
Un interesse e una attenzione al convegno, quella del sindaco, che però è incredibilmente sparita nel momento in cui il convegno stesso si è svolto, nonostante il tentativo di boicottarlo, e non solo contestarlo, da gruppi di femministe che, forse rafforzate nella loro critica anche dal clima di delegittimazione creato dal sindaco nei confronti dell'evento, si sono spinte ben oltre alla legittima contestazione, arrivando all’offesa e all’aggressione verbale, prima, durante, e dopo il convegno, al punto da rendere necessario, a più riprese, l’intervento delle forza pubblica a tutela dei partecipanti, degli organizzatori, dei relatori e dello svolgimento dei lavori.
Anche questa cosa mai vista a Modena. Per il sindaco non certo un bel primato. A completare il quadro delle cose mai viste e che offendono lo spirito democratico della nostra città, ancora prima del convegno, si è aggiunto il silenzio tenuto dal sindaco di fronte ad espressioni e parole di odio espresse all’uscita della sala Pucci anche un professore modenese di 85 anni, con una esperienza di 50 anni nel mondo della psicoterapia nella gestione e nella prevenzione del conflitto che si è visto avvicinare da un gruppo di giovani donne che urlavano offese nei suoi confronti al punto da essere scortato dalla Digos, ad una distanza di sicurezza. Così è stato per l'organizzatrice del convegno e per un consigliere comunale. E’ da questa immagine, che per il sindaco non merita nemmeno un commento, se non di condanna quantomeno di solidarietà, che riportiamo, ricordandoglielo, il passaggio di un suo intervento, a poche settimane dalla sua elezione, intervenendo ad una manifestazione contro la violenza sulle donne.
“Non lasciamo solo l’uomo nel proprio impazzimento. Io insisto sulla ricostruzione del tessuto dalla comunità perché quando c'è comunità, c'è conoscenza, c'è condivisione c'è la capacità di comprensione. Una comprensione rispetto ai segnali che ci sono, nel vicino di casa, nel collega di lavoro, nel tuo parente o in tuo fratello. Capisci che c'è un pericolo e intervieni perché c'è un senso della comunità in cui tutti quanti ci dobbiamo sentire protagonisti. Non dobbiamo dire ‘c’è un pericolo, cavoli loro perché sono questioni familiari. Dobbiamo porci il tema di come affrontiamo le solitudini dentro una idea di ricostruzione di una comunità di tutti i sensi”.
Parole che in quel momento, e soprattutto se avessero avuto un seguito, avrebbero potuto aprire uno squarcio nel velo di una discussione e di un dibattito a senso unico che esclude la dimensione maschile della sofferenza e della violenza psicologica, economica, sociale subita, anche per azione delle donne. Non per escludere la violenza sulle donne (non è proprio questo il punto, anzi semmai è l'esatto contrario), ma per leggerla in una dimensione più completa, l’unica sulla quale si può e si deve costruire un percorso comune di prevenzione del conflitto. Purtroppo quelle parole non ebbero seguito e il velo a Modena, si è richiuso, con una doppia robusta cerniera lampo. Proprio da chi, nell'importanza del ruolo istituzionale, la aveva tiidamente aperta. Ciò che abbiamo visto e ascoltato in questi giorni dal sindaco e dai movimenti femministi più o meno istituzionalizzati e finanziati dallo stesso comune, va in una direzione opposta, che quel conflitto lo alimenta, anziché, appunto, disinnescarlo. E' evidente.
Una prospettiva, quella del superamento del conflitto, che il superficiale anatema del sindaco e dell'assessore prima e il silenzio assordante poi, hanno dimostrato di essere vista come nemica da rimuovere, non degna di ascolto e tantomeno di parola. Parole lontane, quelle pronunciate nel giugno di due anni fa, viste nel quadro degli attacchi e dei silenzi delle ultime settimane. Parole che sembrano quelle di un altro sindaco, di un altro Massimo.
Gi.Ga.

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