Opinioni Lettere al Direttore

Lo scandalo che ha coinvolto la Fondazione Modena rappresenta un punto di non ritorno

Lo scandalo che ha coinvolto la Fondazione Modena rappresenta un punto di non ritorno

Eppure si assiste a un sistematico atteggiamento di chiusura, autodifesa corporativa e di sostanziale inamovibilità di un intero universo politico e culturale


2 minuti di lettura

Egregio direttore,

Ci lasci esprimere una profonda e crescente riprovazione nei confronti di un clima di sostanziale impunità politica e culturale che, a Modena come nel resto del Paese, sembra riguardare sempre e solo una precisa area ideologica.


Partendo dal contesto cittadino, lo scandalo che ha coinvolto la Fondazione Modena rappresenta, per gravità e rilevanza, un punto di non ritorno. Eppure, a fronte di responsabilità evidenti e di interrogativi ancora aperti, si assiste a un sistematico atteggiamento di chiusura, di autodifesa corporativa e di sostanziale inamovibilità di un intero universo politico e culturale che continua a ruotare attorno agli stessi centri di potere, senza una reale assunzione di responsabilità. Il tutto, per usare un eufemismo, con un controllo istituzionale e giudiziario apparso quantomeno distratto.


Parallelamente, il degrado sempre più evidente di aree come Novisad, Tempio, Crocetta e di altri quartieri cittadini, l’aumento percepibile della microcriminalità e una gestione dell’inclusione che ha prodotto marginalità, insicurezza e abbandono, pongono interrogativi seri sull’efficacia delle politiche portate avanti negli ultimi decenni. È difficile negare che il modello tanto celebrato abbia mostrato limiti strutturali e fallimenti evidenti, soprattutto per chi quei quartieri li vive quotidianamente.


Allargando lo sguardo al piano nazionale, le violenze che accompagnano alcuni cortei cosiddetti “pro
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Palestina”, gli scioperi ripetuti indetti da una CGIL distante anni luce dalla concreta tutela dei lavoratori e i gravissimi episodi di furia distruttiva verificatisi recentemente a Torino sollevano una domanda tanto semplice quanto scomoda: com’è possibile che tutto questo venga tollerato, giustificato o minimizzato?


Per comprendere il presente è necessario interrogarsi sulle cause profonde. Fermarsi all'effetto non aiuta mai a risolvere i problemi, anche perché ci immerge nella tanto celebrata resilienza, che altro non è se non un passivo adattamento alla realtà senza provare a cambiarla. Dal secondo dopoguerra in poi, la società italiana è stata permeata, in tutti gli ambiti del vivere civile, da una cultura di matrice marxista che ha continuato a esercitare la propria influenza ben oltre la fine storica del comunismo. Scuola, informazione, sindacati, amministrazioni pubbliche e perfino il linguaggio comune hanno subito un processo di ideologizzazione capillare, spesso più efficace di quanto non siano mai stati carri armati o repressioni dichiarate.


Come ha osservato il filosofo Marcello Veneziani, il comunismo è finito, ma il marxismo no. Ed è proprio questa persistenza culturale, mai davvero messa in discussione, a spiegare molte delle distorsioni, delle contraddizioni e delle degenerazioni che oggi osserviamo.


Una società sana non può prescindere da un confronto libero, critico e realmente pluralista: è arrivato il momento di rompere un silenzio troppo lungo e troppo comodo.
Anche – e soprattutto – a Modena.


Cordialmente,


Adele Visconti, Emiliano Castrota 

Nella foto il cda della Fondazione di Modena

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