Gentile direttore de La Pressa,
circa due anni fa, proprio davanti alla porta della mia autorimessa e del mio magazzino, situati in un condominio interno del centro storico, è stata collocata una batteria di bidoni che impedisce sia l’entrata e l’uscita dei miei automezzi, sia il passaggio pedonale.
La decisione è stata assunta inizialmente da un tecnico di Hera insieme all’amministratore condominiale e, successivamente, approvata anche dalla maggioranza dei condomini. A seguito di un ricorso presentato presso il Tribunale di Modena, mi è stato spiegato che, in base all’articolo 2 della Costituzione, in casi come questo il proprietario deve tollerare tali situazioni, poiché il diritto di proprietà privata deve sopportare “minime compressioni”, al fine di evitare l’utilizzo dei bidoni stradali esterni.
In concreto, ciò significa che, se mia moglie o mia figlia non riescono a spostare i bidoni, questo non rileva: il tutto sarebbe giustificato in nome del cosiddetto “quieto vivere”. Inoltre, mi viene imposto di riposizionare ogni volta questi pesanti contenitori — quattro bidoni grandi e pesanti sempre, inoltre otto più piccoli e sacchi e cartoni — ogni qualvolta si renda necessario passare a piedi o transitare con gli automezzi.
Anche le difficoltà di persone disabili o con ridotta forza fisica sembrano non avere alcuna importanza, sempre in nome di un presunto “supremo interesse pubblico”.
La questione, però, va oltre il disagio quotidiano. Viene spontaneo chiedersi cosa accadrebbe in caso di incendio. Per evitare un aggravamento della combustione o consentire la rimozione di eventuali vetture a benzina o elettriche, è difficile immaginare che qualcuno — ammesso che ne abbia la forza — possa o voglia perdere tempo a spostare un’intera isola ecologica, completamente infiammabile, addossata a portoni in legno. Il tutto in un centro storico dove gli edifici sono contigui e il rischio di propagazione è evidente.
Colpisce constatare come, in questa situazione, neppure la sicurezza, tutelata da numerose norme, sembri costituire un motivo di reale preoccupazione. Forse vale la pena chiedersi se il “quieto vivere” e le cosiddette minime compressioni dei diritti possano davvero spingersi fino a questo punto, o se non sia invece il caso di riconsiderare soluzioni che tengano conto anche della sicurezza e della dignità delle persone.
Ringraziandovi per l’attenzione, resto a disposizione qualora riteniate utile un approfondimento.
Un lettore modenese
Massimo Dotti



