Caro direttore,
In questo tempo che precede la Pasqua, stagione per eccellenza di rinascita e rinnovamento, è quasi naturale volgere lo sguardo anche alla nostra realtà politica locale, che appare oggi più che mai bisognosa di un autentico ricambio.
Da elettrice storicamente legata alla destra, avverto con crescente chiarezza una frattura: quella tra una base nazionale, arroccata a Roma, e territori come il nostro, che sembrano sempre più distanti, quasi dimenticati. È proprio in questa distanza che si consuma il paradosso: forze politiche che avrebbero tutte le potenzialità per governare restano invece confinate nell’ombra.
La selezione della classe dirigente locale non è un dettaglio subordinato alle dinamiche nazionali, ma ne costituisce il fondamento vitale. Senza radicamento, senza presenza, senza ascolto, anche il progetto politico più ambizioso è destinato a svuotarsi. Eppure, ancora oggi, si continua a credere che basti estrarre all’ultimo momento, come dal cilindro di un prestigiatore, un candidato sindaco o presidente di regione per ottenere consenso. Nulla di più illusorio, nulla di più autolesionista.
Servono donne e uomini dalla schiena dritta, certo. Ma serve anche strategia, visione, capacità di costruire nel tempo. È quasi sconcertante dover ribadire principi tanto elementari: dovrebbe essere la politica a guidare e formare l’elettorato, non il contrario.
E invece, in questa società capovolta, siamo noi cittadini a dover suonare la sveglia.Le occasioni per un cambiamento in Emilia-Romagna non sono mancate. Le difficoltà emerse, dalle alluvioni in Romagna alle criticità nella sanità, fino a una percezione diffusa di peggioramento della qualità della vita nelle città, dovuta principalmente all'ideologizzazione dell'immigrazionismo, avrebbero potuto rappresentare un punto di svolta. Eppure, nulla di tutto ciò si è tradotto in un reale avanzamento politico.
Oggi più che mai, chi ambisce a governare dovrebbe essere pronto, presente, incisivo. E invece assistiamo a una destra locale spesso priva di slancio, appiattita su slogan ripetuti senza convinzione, troppo distante dalla vita quotidiana delle persone. Così facendo, non solo si complica la propria strada, ma si tradiscono anche le aspettative di chi continua a credere in quei valori. Ciò da ancora più fastidio se si pensa che dalla parte opposta non ci sono dei premi Nobel.
A differenza di altri schieramenti e dei loro elettori, che sembrano accettare ogni scelta senza discussione, da questa parte politica esiste ancora qualcosa di prezioso: l’autocritica.
Perché oggi non c’è bisogno di agnellini rassicuranti, ma di veri condottieri: figure capaci di assumersi responsabilità, di indicare una direzione e di guidare, anche quando la strada è in salita. Come ammoniva Gaio Giulio Cesare: “È meglio essere il primo in un villaggio che il secondo a Roma”. Una lezione che parla ancora al presente: servono leader che scelgano di stare tra la gente, nei territori, e da lì costruiscano la propria forza.
Buona Pasqua a voi tutti
Lavinia Cravero



