Egregio direttore,
In vista del prossimo referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, voterò convintamente Sì.
La ragione è prima di tutto giuridica. Il principio del giusto processo, sancito dall’articolo 111 della Costituzione, richiede che accusa e difesa si confrontino in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. Questa terzietà non deve essere solo formale, ma anche percepita come tale dai cittadini. Quando chi giudica e chi accusa appartengono alla stessa organizzazione, quindi condividono carriera, valutazioni e organi di autogoverno, questa distanza è inevitabilmente meno netta.
La separazione delle carriere serve proprio a rendere effettivo quel principio: distinguere con chiarezza il ruolo di chi esercita l’azione penale da quello di chi è chiamato a giudicare. Non per indebolire la magistratura, ma al contrario, per rafforzare la credibilità della giurisdizione e l’equilibrio tra le parti nel processo.
Non è una scelta isolata o ideologica. In quasi tutte le democrazie liberali europee giudici e pubblici ministeri appartengono a ordini distinti e rispondono a sistemi organizzativi separati. L’Italia, sotto questo profilo, è fanalino di coda.
Un altro aspetto rilevante della riforma riguarda il meccanismo di selezione dei componenti degli organi di autogoverno, che prevede l’introduzione del sorteggio tra i magistrati eleggibili.
Si tratta di uno strumento volto a ridurre il peso delle correnti associative nella formazione degli organi rappresentativi della magistratura (aspetto denunciato anche dai giudici Falcone e Borsellino), restituendo maggiore imparzialità e indipendenza al sistema. Il sorteggio, utilizzato in diverse forme anche in altri ordinamenti e in ambiti istituzionali differenti, non sostituisce la competenza, ma amplia la platea dei possibili candidati e limita il rischio di dinamiche corporative o di appartenenza organizzata.In questo modo si rafforza lo spirito dell’articolo 104 della Costituzione, che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, e si interviene su uno dei nodi più discussi degli ultimi anni: il funzionamento degli organi di autogoverno e la percezione della loro imparzialità.
Una giustizia autorevole non è quella che incute timore, ma quella di cui i cittadini possono fidarsi. E la fiducia nasce prima di tutto dalla chiarezza dei ruoli, dalla parità delle parti nel processo e da istituzioni percepite come realmente indipendenti.
Chi accusa deve farlo con forza, chi difende con libertà, e chi giudica deve poterlo fare con assoluta indipendenza.
Solo quando il giudice è davvero terzo il processo diventa giusto; e solo quando il processo è giusto lo Stato dimostra di essere davvero uno Stato di diritto.
Perché, come insegnava il
Un Paese è civile quando mette in atto questo principio.
Cordialmente
Giuliana Coslovich



