Massimo Cacciari a Federico Rampini, un politico e un giornalista sempre stati militanti nel vecchio Pci e poi nei Ds, sono intervenuti negli ultimi giorni in dibattiti televisivi per dire ciò che i commentatori ‘allineati’ al Pd non hanno il coraggio di ammettere e cioè che Giorgia Meloni non cadrà per i tweet o le inchieste ad orologeria o per gli slogan diffusi quotidianamente dalla segreteria nazionale del Pd e ripresi dai vari Bersani, Boccia e Stumpo, di turno. Cacciari in particolare ha spiegato che “l’italiano medio chiede risposte concrete e non slogan elettoralistici, né lezioni di carattere morale. La Meloni parla come mangia e la gente la capisce”, ha aggiunto, sottolineando come “la stabilità del governo italiano sia l’unica moneta che conta sui tavoli di Bruxelles”.
Secondo il filosofo veneziano “la traversata nel deserto per la sinistra è appena iniziata perché la coalizione è senza guida, senza programma e divisa in due tra scheliani e contiani e l’antimelonismo propagandistico televisivo non basta a convincere gli elettori”, come il voto di Venezia e, nel suo piccolo, quello di Vignola hanno dimostrato.
E per quanto riguarda Vignola, non è detto che al ballottaggio del 7-8 giugno non si ripeta il crollo veneziano della sinistra, come ha fatto intendere di temere il segretario provinciale del Pd modenese Paradisi che, al posto dei candidati locali, ha parlato lui stesso (vista anche la divisione che regna sovrana all’interno della sinistra vignolese), con un intervento che ha fatto ricordare ai meno giovani gli anni bui del centralismo burocratico dell’allora Pci.
Cesare Pradella

