Ma forse la Schlein, non avendo vissuto dalle nostre parti, non conosce bene la storia politica del passato. E si è così prodotta in una squallida operazione di marketing politico perché questa sua commemorazione è stata vista come un tentativo (peraltro maldestro) di appropriarsi di una storia che non appartiene nè a lei, né al vecchio Pci, come testimoniano gli scritti di Gramsci che considerava Matteotti un ‘servo dei capitalisti, un nemico della classe operaia, un politico da abbattere’, soltanto perchè non aveva aderito al partito comunista di allora.
Ed allora ecco che inconsapevolmente la Schlein ha riproposto un vecchio insoluto problema per il suo partito, che non ha mai voluto risolvere: quello della scelta tra massimalismo e riformismo, tra comunismo e socialdemocrazia. Evidentemente i tempi non sono ancora maturi dopo un secolo anche per il nuovo new deal piddino ed è ancora lontana la scelta di campo e l’adesione senza se e senza ma alla grande famiglia delle socialdemocrazie europee. Come seppe fare Willy Brand nel dopoguerra in Germania al congresso di Bad Godesberg, aderendo alla causa socialdemocratica e abbandonando l’idea comunista, dimostratasi peraltro fallimentare, comunismo che lui aveva conosciuto da vicino e sulla sua pelle durante la guerra e nell’immediato dopo guerra con Berlino divisa in due.
E allora, chi ha avuto ragione dalla storia, Gramsci o Matteotti? E più tardi, Togliatti o Saragat? Questi sono gli equivoci irrisolti dai post comunisti di oggi.
Cesare Pradella


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