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Modena, la città dove i ricchi possono scegliere la scuola d'infanzia per i figli. I poveri no

Modena, la città dove i ricchi possono scegliere la scuola d'infanzia per i figli. I poveri no

Tariffe diverse a seconda del gestore; un sistema nel quale si può dire che: i ricchi possono scegliere, i poveri no


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C’era una volta, il centro sinistra; era molto diverso da quello di oggi. Parliamo dell’inizio degli anni ’60, quando i socialisti, dopo un lungo e tormentato percorso, abbandonavano l’alleanza con PCI e iniziavano a sostenere governi a guida democristiana. Ma non lo volevano fare gratis; nel loro programma avevano chiari e precisi obiettivi: uno di questi era la scuola materna statale.

In quegli anni, c’era il boom economico, sempre più donne, soprattutto al nord, entravano nel mondo del lavoro e, quindi, c’era la necessità di sempre maggiori servizi a favore dell’infanzia. Nel periodo precedente, tali servizi erano forniti soprattutto da enti religiosi e, proprio per questo, il PSI voleva istituire scuole materne statali; obiettivo chiaro ed esplicito era quello di togliere alla chiesa il monopolio dell’educazione dai 3 ai 6 anni.

Dopo ripetuti scontri con l’ala più conservatrice della DC, nel ’68, un anno abbastanza turbolento, venne finalmente approvata la legge istitutiva.

Intanto, però, c’era mezza Italia che andava avanti; molte città del nord, governate spesso da giunte di sinistra, già da alcuni anni, avevano iniziato ad istituire proprie scuole dell’infanzia, sia per estendere il servizio, sia per meglio qualificarlo, sia in concorrenza con gli enti religiosi.

Anche a Modena,

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si aprì uno scontro abbastanza vivace tra PCI e PSI, allora insieme alla guida della città, su che tipo di scuole promuovere.

Da una parte il PCI schierato per una forte presenza comunale con lo scopo di fare da traino a tutto il sistema; dall’altra il PSI che, sia per questioni di bandiera che di bilancio, reclamava l’istituzione di scuole statali; la Dc, ovviamente, si erigeva a tutela delle “scuole libere”. Il risultato fu che il Comune di Modena continuò ad istituire proprie scuole, attivando solo poche statali, molte delle quali in locali precari con la ovvia conseguenza che, in questo modo, il pubblico era comunque insufficiente per far fronte alla crescente domanda. La non volontà di espandere le scuole statali, accompagnata dalle crescenti difficoltà di bilancio, portò quindi (anche per patto politico, così almeno credo), a rivalorizzare e rivitalizzare le languenti scuole degli enti religiosi (e non solo) con convenzioni che comportavano robuste iniezioni di denaro pubblico.

A questo punto, prima di continuare, occorre fare alcune precisazioni. Le scuole comunali sono a totale carico dell’amministrazione locale; quelle statali, salvo i locali, sono a totale carico dello stato; quelle private sono a carico delle famiglie, ma godono, ad oggi, come

abbiamo visto, di consistenti contributi pubblici, se convenzionate.

Il tonfo avvenne però durante il mandato dell’assessore Querzè, ove le restrizioni di bilancio e nelle assunzioni condussero l’amministrazione comunale a trasferire una decina di scuole ad una Fondazione da se stessa finanziata.

Perché, in quel momento, non si optò per una graduale statizzazione sgravando il bilancio comunale dai costi di 2.540.000 (dato 2018) che vengono trasferiti alla Fondazione?

Il risultato, come abbiamo visto nelle precedenti puntate (Scuole per ricchi e scuole pubbliche per poveri: ecco la scuola inclusivaScuola Modena, fin dalla culla si consolida la stratificazione sociale), è quello di un sistema frammentato, con tariffe diverse a seconda del gestore; un sistema nel quale si può dire che: i ricchi possono scegliere; i poveri no.

Ora che fare? Ne parleremo nella prossima puntata.

Franco Fondriest

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