'E da quando mi hanno portata qui a Carpi – ha raccontato - non sono più potuta uscire di casa, non potevo parlare con nessuno, ero una sequestrata, con nessun diritto, punita, percossa, minacciata e insultata dai genitori e dal loro figlio divenuto per imposizione dei genitori mio “marito” e padre dei mie tre figli. Non mi hanno permesso nemmeno di andare a scuola. Ero insomma una vera schiava. E così tra maltrattamenti, privazioni, vessazioni, violenze, percosse, sono stata messa incinta dal figlio della coppia e ho partorito tre figli sempre su ordine del capo famiglia, il mio vero padrone'.
La drammatica storia di schiavismo in tempi moderni nella civile, democratica e progredita Carpi, è venuto alla luce soltanto quando la ragazza è riuscita a fare conoscere il suo stato di “schiavitù” ai carabinieri, dopo però ben otto lunghi anni di sofferenze, carabinieri che sono intervenuti fermando i tre aguzzini della kosovara (che hanno poi portato in luogo sicuro e protetto insieme ai suoi tre figli) e a denunciare alla autorità giudiziaria gli autori del prolungato sequestro di persona. Il processo in corso ha già visto la condanna del ’marito’ e si attende ora la condanna anche dei due genitori sequestratori.
Un fatto clamoroso e drammatico avvenuto non in una remota località di un paese dell’est europeo, ma nella moderna e civile società carpigiana. Nella quale né i vicini di casa, nè i Servizi sociali del Comune, né la Consulta per l’integrazione degli immigrati residenti a Carpi si sono mai accorti di nulla e così nessuno è mai intervenuto o, coloro che sapevano, hanno taciuto per otto anni. Come nelle più arretrate zone dove regnano sovrani reticenza, omertà e il silenzio imposto.
Ma allora è lecito chiederci in cosa abbiamo sbagliato noi, cosa non ha funzionato nella società e nella politica carpigiana nell’ambito della integrazione tra etnie, nella difesa dei diritti delle persone, sia italiane che straniere, specie nelle fasce deboli, integrazione che pure è stata perseguita e attuata, come ci è stato più volte assicurato dalla amministrazione comunale, dal sindaco e dagli assessori.
Non sono questi interrogativi retorici ma sostanziali che attendono risposte concrete e convincenti da chi ci amministra per dare sicurezza e tranquillità specie a chi arriva da noi in stato di necessità e chiede quanto meno garanzie sulla tutela della libertà e della dignità personale.
Cesare Pradella

