La donna, di nazionalità congolese e ospite del Centro di accoglienza di Vidiciatico, si trovava in travaglio quando, all’1.23 di notte, è stata allertata la centrale del 118. Un’ambulanza partita da Gaggio Montano ha prestato i primi soccorsi, ma vista la distanza e l’urgenza è stato richiesto l’intervento dell’elisoccorso. Durante il volo, in prossimità della zona di San Luca, il parto si è accelerato improvvisamente: è nato un bambino di 3 chili, assistito dal personale sanitario a bordo con 'grande tempestività e competenza', come sottolinea l’Ausl. Entrambi, fortunatamente, stanno bene.
Ma cosa sarebbe successo se il parto fosse stato più complicato? Se le condizioni della madre o del neonato non fossero state ottimali? Questo episodio, pur conclusosi nel migliore dei modi, rappresenta un campanello d’allarme — l’ennesimo — sulle criticità che si verificano da quando, negli ultimi anni, molti punti nascita nei comuni montani della regione sono stati chiusi o accorpati a centri più grandi, in nome della razionalizzazione delle risorse e della sicurezza clinica.
Secondo le direttive ministeriali e regionali, infatti, i punti nascita con meno di 500 parti all’anno sono stati progressivamente dismessi, lasciando interi territori privi di un presidio ostetrico attivo. Il risultato è che oggi, per molte donne residenti nell’Appennino bolognese o nelle zone montane di altre province dell’Emilia-Romagna, un parto fisiologico può trasformarsi in un'emergenza semplicemente per il tempo necessario a raggiungere il centro specializzato più vicino. A volte servono fino a due ore di viaggio, in condizioni meteo spesso proibitive, su strade strette e tortuose.
Il sistema di emergenza urgenza, come dimostrato anche in questo caso, funziona.


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