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Gli Usa ufficializzano la guerra economica all’Iran senza precedenti: rischio recessione globale

Gli Usa ufficializzano la guerra economica all’Iran senza precedenti: rischio recessione globale

Va ricordato che il primo partner economico commerciale dell’Iran è la Repubblica Popolare Cinese, primo cliente del petrolio iraniano


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Il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent (nella foto), ha appena confermato in una conferenza stampa quello che il Presidente Trump aveva annunciato alla sua maniera, in mezzo a siparietti e boutade: la guerra economica alla Repubblica Islamica dell’Iran senza mezze misure, un embargo a 360 gradi come mai si era visto in passato, con la dichiarata volontà di colpire qualsiasi partner commerciale strategico oppure occasionale dell’Iran.

Il discorso si conclude con l’illustre” paragone storico della caduta del Muro di Berlino, quando i “soldati semplici” decisero di non ubbidire agli ordini dei superiori” e di non sparare sulla folla che si riversava davanti al Check Point Charlie e agli altri varchi di frontiera tra Est ed Ovest.

Questo bisogno di ricollegarsi all’inizio della fine del blocco sovietico e alla vittoria del cosiddetto mondo libero indica chiaramente quanta importanza l’Amministrazione americana stia dando a questa ulteriore mossa, su uno scacchiere che li vede, fino ad ora, largamente perdenti ed in grave difficoltà, senza nessuna opzione strategica valida che possa evitare loro la realtà di una vera capitolazione, non avendo raggiunto nessun tra gli obiettivi, almeno presunti, della guerra iniziata il 28 febbraio che in realtà gli Usa hanno iniziato a perdere fin

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dalla non chiara e fumosa definizione degli obiettivi stessi.

 

Che possibilità hanno gli Usa di condurre realmente questa guerra economico-finanziaria senza quartiere all’Iran e a tutte le nazioni ed entità pubbliche e private che abbiano qualsivoglia rapporto con Teheran?

In primis va ricordato che il primo partner economico commerciale dell’Iran è la Repubblica Popolare Cinese, primo cliente del petrolio iraniano e ispiratore di un accordo di lungo termine che prevede investimenti cinesi in Iran per 400 miliardi di dollari, per l’ammodernamento del settore energetico petrolchimico e per l’espansione delle infrastrutture civili e logistiche.

Non si può non ricordare come la Cina controlli il 70% dell’estrazione globale ed il 90% della raffinazione di magneti permanenti, indispensabili all’industria bellica degli Stati Uniti che hanno un disperato bisogno di accrescere il proprio potenziale produttivo, dopo un conflitto che ne ha dimezzato l’ arsenale missilistico e ridotto di almeno il 60% le riserve dei sistemi più avanzati di difesa anti aerea e antimissili, sono dati che si possono visionare in molte pubblicazioni di riviste specializzate e di analisti indipendenti come quelli del CSIS (Center for Strategic and International Studies).

 

 Xi e Trump dovrebbero incontrarsi tra circa un mese negli Usa, l’incontro di metà maggio di concluse con un

nulla di fatto sulle questioni essenziali, lo stallo dipese in parte dalla complessa situazione di Hormuz, nel frattempo la questione è diventata ancora più complessa ed il braccio di ferro con l’Iran si è trasformato nella questione esistenziale della Presidenza Trump, la Cina ha però già affermato in tutte le sedi diplomatiche e finanziarie che non accetterà nessun limite alla gestione dei propri legittimi interessi economici e politici.

The Donald potrebbe essere tentato di buttare le sanzioni sul tavolo delle trattative come merce di scambio per ottenere maggiori concessioni sulla fornitura di terre rare, almeno fino al raggiungimento di quella “indipendenza dai materiali critici cinesi” che il presidente statunitense avrebbe voluto raggiungere il 01 01 2027, obiettivo che però che non sembra a portata di mano, soprattutto dal lato raffinazione e trasformazione dei minerali.

 

La diplomazia cinese ha già ampiamente dimostrato di non gradire negoziati e trattative con “pistole fumanti” sul tavolo, l’impressione è che la scelta della guerra economica all’Iran, paese già sotto sanzioni da decenni, sia un tentativo tattico di riprendere in mano l’iniziativa o almeno di dare l’impressione di farlo, senza una vera valutazione dell’efficacia reale nei confronti della Repubblica Islamica.

Sullo sfondo, il rischio sempre più concreto di una

recessione globale, stante la perdita di produzione di miliardi di barili di petrolio e il blocco quasi totale dello Stretto, come abbiamo già dettagliato nell’articolo precedente.

 

Quanto all’Iran, come detto, si tratta di una Nazione forgiata dalle guerre di aggressione esterne e dalle decennali sanzioni, decise sempre unilateralmente dagli Usa ed imposte agli alleati/sudditi, perché questa volta i risultati dovrebbero essere diversi?

E l’Iran, qualora veramente si trovasse davvero davanti ad una scelta esistenziale e di sopravvivenza, non avrebbe come unica opzione la stessa risposta data dopo l’aggressione del 28 febbraio 2026, reazione che metterebbe una volta di più la cosiddetta Comunità internazionale di fronte alle proprie responsabilità?

Di fronte ad una catastrofe economica globale, dalle proporzioni incalcolabili, nessuno reagirebbe?

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