'Nell’intervista, Abu Rawwa affermava infatti testualmente che: “Ridurre Hamas all’intervento di resistenza sarebbe sbagliato: Hamas è anche istruzione, sanità, previdenza sociale, assistenza ai bisognosi. È il tentativo di fare il possibile per il proprio popolo, di dare una speranza”. E ancora, descriveva Hamas come un soggetto che:“tende al dialogo, senza però rinunciare ai propri principi”,
contribuendo così a una narrazione che attenua o rilegge il carattere violento e terroristico dell’organizzazione, oggi riconosciuta come tale dall’Unione europea e dall’ordinamento italiano. Ulteriore motivo di inquietudine riguarda il fatto che lo stesso Abu Rawwa si definiva “giudice di cause familiari”, senza che risulti alcun incarico riconosciuto dall’ordinamento italiano. Resta pertanto da chiarire in quale contesto tale funzione sarebbe stata esercitata: se all’interno di strutture informali, tribunali religiosi non riconosciuti o ambienti legati a luoghi di culto, con possibili profili di incompatibilità rispetto ai principi fondamentali dello Stato di diritto - continuano Platis, Severi e Capezzera -. Risulta noto, inoltre, che Abu Rawwa é inserito da molti anni nella comunità islamica locale di Sassuolo, svolgendo ruoli di riferimento e, secondo quanto emerso dalle indagini, anche attività di predicazione. Alla luce delle frasi sopra richiamate, appare doveroso interrogarsi se e in che misura tali prediche abbiano potuto veicolare messaggi di sostegno, diretto o indiretto, ad Hamas, coerentemente con le posizioni da lui stesso espresse pubblicamente. Nel pieno rispetto della presunzione di innocenza e della libertà religiosa, si esprime tuttavia una ferma preoccupazione per il quadro complessivo che emerge: un soggetto radicato da anni nel tessuto sociale locale, portatore di ruoli informali di guida e riferimento, che in passato ha manifestato pubblicamente una visione favorevole o giustificativa di Hamas e oggi al centro di una grave indagine per finanziamento al terrorismo.

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