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Articolo Uno: 'Non voteremo al referendum. Ecco perchè'

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'Lo facciamo con un certo disagio, rispettosi come siamo dell'istituto referendario ma in questo caso pensiamo sia l'unico comportamento appropriato'


Articolo Uno: 'Non voteremo al referendum. Ecco perchè'
'In vista del “referendum sulla giustizia” sentiamo il dovere di dire la nostra. Tutte le 60 tra donne e gli uomini che compongono la Direzione Provinciale di Articolo Uno Modena non si recheranno alle urne o, nei Comuni in cui si vota per le amministrative, non ritireranno le schede dei referendum. Spiace, lo facciamo con un certo disagio, rispettosi come siamo dell'istituto referendario ma in questo caso pensiamo sia l'unico comportamento appropriato, utile per segnalarne l'abuso e l'uso pretestuoso che i promotori, il gruppo dirigente del centro-destra, ne sta facendo'. A intervenire in questi termini in vista del Referendum suulla giustizia di domenica è Articolo Uno Modena.

'Siccome siamo consapevoli che i nostri avversari politici del centro-destra per questa nostra posizione parleranno di “mancanza di rispetto per la partecipazione, per la democrazia” diciamo sin d'ora che noi rispettiamo tutte le cittadine e cittadini che vorranno recarsi alle urne, che da parte nostra nessuno mai 'saluterà' il, probabile, mancato raggiungimento del quorum con un 'ciaone'.

L'accusa di mancanza di rispetto per la democrazia diretta avrebbe avuto un senso solo se a promuovere il referendum fossero stati i cittadini e non le Regioni su sollecitazione dei loro referenti politici nazionali. In queste condizioni, quella accusa, non ha alcun senso - continua Articolo Uno -. Questi referendum nascono dal 'brodo culturale e politico' della perenne guerra tra una certa parte della politica e la Magistratura. Per certi versi siamo all'ennesima puntata della violenta contrapposizione che si trascina da 'Mani Pulite' e che segnò la fine della cosiddetta 'Prima Repubblica'. C'è una parte della politica (Forza Italia e Lega in primo luogo) con il rinforzo di parti centriste (Italia Viva e Azione) che continua a coltivare l'idea di una “resa dei conti” con un potere costituzionalmente autonomo, quello giudiziario.

Questi referendum sono stati annunciati come un moto popolare (raccolta firme: che fine hanno fatto le centinaia di migliaia di firme dichiarate?) ma ben presto hanno virato verso la via della richiesta di cinque Regioni, tutte governate dal centro-destra, una procedura prevista dalla Costituzione, certo, ma con un segno diverso rispetto alla tanto declamata “spinta di popolo”. Il popolo, con questi referendum non c'entra nulla, perché il popolo non vive come un proprio problema le speciose e bizantine questioni poste dai 5 referendum. Al popolo interessano: tempi dei processi ed equità di trattamento e questi referendum nulla hanno a che fare con questi problemi'.

'Come negarlo, tanti hanno vissuto sulla loro pelle il malfunzionamento della giustizia. A nessuno sfuggono eccessi di protagonismo di alcuni magistrati, l'esistenza di procedimenti con obiettivi più mediatici, la scarsa tendenza ad esercitare in maniera efficace i procedimenti disciplinari, alcune distorsioni prodotte dalla Legge Severino (ma il principio è sacrosanto) ma mettere sotto attacco la Magistratura, mettere in dubbio l'autonomia della Magistratura tutta e quasi teorizzare l'assoggettamento alla politica, pensare di limitare la libertà civile dei magistrati è una operazione sbagliata e potenzialmente devastante per i delicati equilibri costituzionali. Gli obiettivi veri delle parti politiche che hanno promosso questi referendum sono questi, non altri e sono lontani dai problemi dei cittadini normali - chiude Articolo Uno -. Gli esiti della genesi politicista e tutta interna ai “palazzi romani” di questi referendum era scontato, se ne lamentano anche i promotori: diffuso disinteresse delle e dei cittadini per dei referendum avvertiti come lontani dai loro problemi quotidiani (lavoro e salari, carburante, bollette, pandemia, guerra... arrivare a fine mese insomma). Molti cittadini,e noi tra questi, pensano che questioni così tecniche, così difficili da tenere in equilibrio debbano vedere una regolazione ragionata e competente, di legge, in Parlamento, non con un secco 'sì' o un 'no', opzioni che poco si prestano a regolare con questioni così tecniche e complesse. Il Parlamento sta discutendo la “Riforma Cartabia”, sia quello il luogo in cui regolare le questioni da cambiare e per il resto non compreso si sviluppino azioni parlamentari congrue'.


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