“Basterebbe il numero di persone detenute, che a oggi sono 586, mentre la capienza massima prevista è di 372, per dar conto dello stato della struttura – continuano – ma se a questo si aggiungono carenze infrastrutturali importanti, con infiltrazioni d’acqua, un impianto elettrico vetusto, risalente al 1990, che non regge il carico dei ventilatori, la carenza di competenze interne o manutentori esterni per intervenire, la disinfestazione delle cimici nei letti effettuata solo parzialmente per carenza di fondi, un numero inadeguato di agenti di Polizia penitenziaria rispetto alla totalità delle persone recluse, e soltanto 6 educatori, ognuno dei quali dovrebbe occuparsi di ottanta detenuti a testa, capiamo bene come la situazione, oltre che inumana per chi sta nelle celle, ed estremamente difficoltosa per gli operatori, sia tremendamente esplosiva. Inoltre abbiamo sollecitato la sostituzione delle figure dei coordinatori sanitario e infermieristico, che si sono resi necessari a seguito di alcuni trasferimenti.”
“L’elenco degli aspetti problematici potrebbe essere molto più lungo, ma ci limitiamo a indicare i gravi problemi di salute di tre persone detenute per le quali occorre una risposta all’esterno della casa circondariale, ma vogliamo anche, sinceramente, ringraziare tutti gli operatori della Polizia penitenziaria, il personale tecnico e amministrativo, gli operatori sanitari e sociali che, insieme al direttore, stanno cercando di gestire una situazione grave e oltre i livelli di sicurezza, per fare di tutto, con grande spirito di servizio abnegazione, per garantire dei diritti minimi delle persone recluse.
Il vero assente, qui, è il Governo e il nuovo ennesimo Commissario dedicato, che con il suo mancato intervento è responsabile, come denunciamo dal 2023. Serve un piano straordinario per il carcere di Modena, come anche il sindaco Mezzetti e l’assessora Camporota hanno più volte chiesto, che sta vivendo una vera e propria emergenza, e
Anche le persone detenute sono cittadini, così come fa parte della comunità anche chi, al Sant’Anna, lavora: non possiamo, come collettività, abbandonarli e disinteressarcene una volta che abbiano varcato la soglia del carcere”.



