'Il carcere di Modena è una casa circondariale di media sicurezza. Al momento della visita (05/12/2024), le persone detenute erano 568, su una capienza regolamentare di 372, di cui 29 donne e 341 stranieri. Abbiamo registrato un forte aumento della popolazione detenuta rispetto alla scorsa visita (più di 100 unità rispetto a giugno 2023) e un alto numero di detenuti definitivi, 384 (più alto in numeri assoluti ma non in percentuale rispetto al 2023), che rende difficile un'osservazione e un'offerta trattamentale adeguata, anche perchè la pianta organica del personale giuridico pedagogico (6 unità) non è tarata su questi numeri. Il trend di crescita della popolazione detenuta non è una novità: anche nel 2023 avevamo registrato 80 presenze in più rispetto all'anno precedente. Le condizioni di detenzione osservate al vecchio padiglione sono pessime: cimici, sporco, vari oggetti bruciati, lamentata mancanza di detersivi, mobilio gravemente danneggiato, pareti scrostate, porte dei bagni delle celle arrugginite, neon nei corridoi non funzionanti e non sostituiti.
'Si conferma la tendenza degli ultimi anni a una maggiore apertura del carcere di Modena alla società civile e l'impegno dell'area trattamentale a fornire attività culturali, sportive e corsi professionalizzanti alla popolazione detenuta.
'I suicidi e più in generale le morti in carcere sono un fenomeno che rende chiaro e manifesto il livello di degrado inaccettabile a cui è arrivato il sistema penitenziario in Italia e, purtroppo, anche in regione. La riflessione e l’intervento sulle cause di tale degrado non sono più rimandabili. In Italia così come in Emilia-Romagna, il sistema penitenziario è gravato dal sovraffollamento e dal deterioramento degli spazi. Il personale è insufficiente e lasciato solo a gestire un sistema che di fatto non funziona; in primis è carente il personale giuridico pedagogico che non ha le risorse per portare avanti un serio progetto di reingresso in società per la popolazione detenuta che sia in grado di abbattere la recidiva e dare compimento all’art. 27 della Costituzione. C’è troppo poco lavoro, ci sono pochi corsi professionalizzanti, poca istruzione e poche attività. A queste possono accedere solo un limitato numero di detenuti; per gli altri, la gran parte, il tempo della detenzione è tempo vuoto di mera sottrazione al tempo di vita. Mancano gli spazi e le opportunità nei territori che possano accogliere le persone che potrebbero uscire beneficiando di misure alternative. Gli psicofarmaci vengono utilizzati per gestire una situazione di diffusa sofferenza mentale causata essa stessa dallo stato di detenzione. E, aggiungiamo: quando il disagio mentale caratterizza già la persona all’ingresso, è ovvio che il carcere non sia il luogo in cui tale condizione possa essere gestita. In questa fase storica si respira una grandissima tensione nelle carceri. I suicidi e le morti sono il fenomeno più eclatante. È importante comprendere quanto essi siano l’effetto di una serie complessa di cause su cui l’azione a livello nazionale ma anche locale non è più rimandabile. Misure deflattive sono necessarie, e accanto a queste è necessario ripensare per intero le politiche penali che oggi in Italia vengono presentate come soluzioni a problemi di marginalità sociale. Non da ultimo il cd. Pacchetto Sicurezza, il cui iter di approvazione è in corso, con il quale si pretende, ancora una volta, di gestire con lo strumento penale una situazione di disagio sociale diffusa, che andrebbe affrontata con gli strumenti del welfare. Le carceri subiscono l’effetto di politiche criminogene che fanno aumentare la popolazione detenuta, creando sofferenza senza incidere sui tassi di criminalità che peraltro non presentano un trend di crescita'.



