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Fase 2. E se davvero la politica fosse capace di vero cambiamento?

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Tuttavia al di là dei buoni sentimenti c’è una differenza profonda tra i cambiamenti 'accidentali' e quelli 'strutturali'


Fase 2. E se davvero la politica fosse capace di vero cambiamento?

Egregio direttore,
Nel “punto” di Gianni Galeotti sulla fase 2 (qui il link) e la politica modenese emerge una giusta delusione per l’occasione persa di un cambiamento.

In questo periodo siamo continuamente fatti oggetto di un’enfasi del cambiamento: si dice che passata l’emergenza tutta la vita personale e sociale dovrà essere diversa, che nulla tornerà come prima, che cambierà il nostro modo di considerare la salute dell’altro e del nostro pianeta, che abbiamo riscoperto dei valori come la famiglia e l’uso del tempo e l’importanza degli anziani e le relazioni in presenza… Tutte cose che si assicura non si dimenticheranno più e che non saranno più barattate per qualche euro o per un pò di effimera visibilità.

Tuttavia al di là dei buoni sentimenti c’è una differenza profonda tra i cambiamenti “accidentali” e quelli “strutturali”. I cambiamenti accidentali sono quelli che hanno un’intenzione difensiva nei confronti della realtà: ci si muove in reazione a quanto avvenuto contro la nostra volontà e si cerca solo di sopravvivere per potere tornare il prima possibile a gestire le cose come ci pare. Sono i cambiamenti che può fare un topo dentro la sua tana mentre aspetta che di fuori passi la tempesta…
I cambiamenti strutturali hanno invece origine da un prendere sul serio quello che suggerisce la realtà, e richiedono un cambiamento nel modo di concepire se stessi gli altri e il mondo, un diverso punto di vista, un diverso paradigma e criterio di giudizio e di azione.

Per capire se quelli che avverranno alla fine dell'emergenza sono cambiamenti accidentali o strutturali occorrerà del tempo: ci vuole tempo per vedere se il lavoro da casa sia un modo per essere più presenti in famiglia o non diventi un modo per rendere più impersonali e deresponsabilizzanti i rapporti di lavoro; ci vuole tempo per vedere se la collaborazione forzata provocata dalla didattica a distanza diventerà una stabile alleanza educativa tra insegnanti e genitori; ci vuole tempo per vedere se ci sarà più attenzione e rispetto nei rapporti sociali o aumenterà solo la diffidenza verso gli sconosciuti; ci vuole tempo per vedere se la preoccupazione per gli anziani diventerà un'autentica volontà di valorizzazione della loro vita o sarà un modo per creare nuove forme di isolamento impenetrabili anche ai virus...

Ma c'è un campo in cui si può vedere fin da ora se si è disposti ad un cambiamento strutturale oppure se ci si accontenta di un cambiamento accidentale, questo campo è la politica.
Anche in questi giorni, pensando a come la politica si sia dovuta prendere straordinariamente cura dei cittadini, è stata ripetuta l'affermazione di Paolo VI secondo la quale 'la politica è la forma più alta di carità ', affermazione che trova facilmente dei consensi sempre che però non si scambi la carità con l'elemosina: la carità è infatti un cambiamento strutturale del modo di considerare se stessi, gli altri e il mondo, mentre l'elemosina è qualcosa che non chiede un cambiamento se non marginale; si può fare l'elemosina senza nemmeno guardare in faccia la persona o evitando anche solo di sfiorare la sua mano. L'elemosina è un modo per rispondere a un bisogno che ti costringe a cambiare ben poco della tua impostazione di vita.

Quello che si vede in questi giorni sono atti politici che sembrano più improntati al fare elemosina, al concedere benignamente qualche spicciolo di soldi o di libertà piuttosto che l’esercizio di una carità attenta al bene comune.
Il modo di fare politica di questi tempi, il modo di affrontare l'emergenza della pandemia senza una disponibilità al confronto, al dialogo con chi non la pensa necessariamente come te, il rimandare l'approfondimento dei problemi a tempi migliori, segnala la non volontà di cambiamenti strutturali ma solo il prendere tempo nell'illusione che si potrà tornare prima o poi a gestire le cose nel modo solito. Ma non è difficile vedere come affrontare questa emergenza solo con la disponibilità a cambiamenti accidentali non potrà essere in grado di reggere l'urto di una situazione che economicamente e socialmente sarà molto diversa dalla precedente.

Allora credo che il primo cambiamento strutturale rilevabile sia il fatto se ci saranno o no degli amministratori pubblici che diranno ora: 'sì, mi interessa capire che cosa quello che è accaduto mi suggerisce come cambiamento nel modo di affrontare la mia responsabilità e i problemi che sono emersi nella realtà ', o dei politici che diranno ora: 'mettiamoci insieme al di là delle nostre appartenenze partitiche per confrontarci e scoprire con quale punto di vista, con quale criterio possiamo meglio affrontare le sfide di questa circostanza '.
Ci sono a Modena politici disposti a dire 'mi interessa', 'io ci sono'?
Questo sarebbe il primo grande segno di un cambiamento possibile da subito e l’occasione non sarebbe persa.

Luca Falciola


Redazione La Pressa
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