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Il Procuratore Musti: 'Sulla lotta alla mafia l'Emilia-Romagna è arrivata tardi'

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'Il testo unico della Regione? Apprezzo l'impegno, ma è arrivato dopo i problemi. L'antimafia? Ci sono colleghi che ci hanno costruito carriere, altri il consenso. Perché quando a Bologna arrestavamo i mafiosi, non ci consideravano? Mafiosi, professionisti corrotti ed amministratori pubblici sono le tre gambe che sostengono il tavolo'. L'intervento del Procuratore Capo Lucia Musti che strappa l'applauso della platea e fa impallidire gli amministratori


Il Procuratore Musti: 'Sulla lotta alla mafia l'Emilia-Romagna è arrivata tardi'

'Il testo unico antimafia del Consigliere regionale Mezzetti? Bene, ne rispetto l'impegno, ma è arrivato dopo, quando il problema era già emerso. Non prima. Se c'è qualcosa che ha veramente distinto l'Emilia Romagna sul fronte dell'antimafia è stato piuttosto il testo di legge del 2011 dell'attuale Presidente dell'Assemblea legislativa Simonetta Saliera che poneva forte la questione dell'educazione alla legalità, nelle scuole così come nelle amministrazioni pubbliche. 

I professionisti dell'antimafia? Ci sono colleghi in magistratura che hanno fatto carriera sull'antimafia. Non si dovrebbe fare antimafia per avere dei consensi ma perché dovrebbe essere l'affermazione di un'esigenza comune. L'antimafia porta voti, carriera, visibilità, anche all'interno della magistratura. 

La corruzione? E' quella che viene dal cuore dello Stato, dagli amministratori comunali quando vanno a braccetto con la mafia, perchè se la mafia vuole penetrare, nascondendosi, e senza fare rumore, ha bisogno di corrompere. Perché i mafiosi costituiscono una delle tre gambe di un tavolino che si regge in piedi con la corruzione dei colletti bianchi, come ingegneri, architetti, avvocati, commercialisti, che si mettono a disposizione delle mafie nascondendole cosi alle forze dell'ordine e, appunto, amministratori pubblici. Quando il tavolino ha queste tre gambe (colletti bianchi, mafiosi e amministratori pubblici), allora è stabilissimo e ci vuole molto per farlo cadere'

Se nel primo dei due interventi previsti al convegno sulla sicurezza e sull'influenza delle organizzazioni criminali dell'economia modenese, organizzato da CGIL CIsl e Uili, il Procuratore Capo della repubblica di Modena Lucia Musti aveva accennato ai ritardi del tessuto sociale e politico regionale e modenese nel comprendere e nel contrastare la penetrazione prima ed il radicamento poi delle organizazioni criminali di stampo mafioso  nel tessuto economico e sociale, nel secondo intervento specifico su questo tema, il Procuratore è un vero fiume in piena. Da subito. Che sconfessa, pur indirettamente, buona parte della tesi (sostenute e ribadite anche pochi minuti prima dal Sindaco Muzzarelli), sulla reazione alla minaccia mafiosa da parte del tessuto economico e sociale delle regione e sulla presenza, e sull'efficacia, dei cosiddetti 'anticorpi'. 

'Quando a Bologna, dal 2003 al 2009 insieme ad una collega, conducevo indagini sulla mafia, arrestavo i mafiosi, mi sentivo sola, mi trattavano come fosse una cosa che riguardava solo me, che faceva piacere a me e che come tale non era condivisa. E quando abbiamo arrestato degli 'Ndranghetisti o dei Casalesi non fummo quasi considerati, né dalla stampa né della società civile che chiamerei 'incivile'. Dove nessuno valutava il nostro lavoro perché forse faceva comodo ritenere che in Emilia-Romagna non ci fosse il pericolo mafia ed i pericoli fossero altri.

A quel tempo passò sotto silenzio anche un omicidio di mafia, dimenticato con una sentenza passata in giudicato. La Cassazione mise la pietra tombale su un omicidio di mafia in Emilia Romagna. Legato agli affari dell'Ndrangheta nelle bische clandestine che andavano dal centro di Bologna fino alle Romagna. Quando un imprenditore emiliano romagnolo chiese ad altri personaggi che le gestivano di dare i soldi a lui, che era emiliano, anziché ai calabresi, questi lo ammazzarono. Il fatto è stato dimenticato.

Questa è la realtà emiliano-romagnola in cui abbiamo lavorato per anni e solo quando i colleghi hanno scoperchiato questa realtà con il processo Aemilia, ci siamo svegliati. E ci siamo resi conto che anche l'economia modenese poteva essere stata inquinata, come i colleghi sono poi riusciti a dimostrare. 

Perché (e qui la metafora del Procuratore Musti è significativa del messaggio che trapela), io posso piantare un buon seme, metterci un buon umus, annaffiare la pianta, ma se c'è qualcuno che mi soffia contro per farmi cadere la pianta, la pianta non cresce bene. E questo vento a favore deve arrivare anche dalla società civile, dai cittadini e dai politici. Noi abbiamo bisogno di una collettività che sia consapevole del nostro lavoro. 

Un lavoro. il nostro, che è e deve essere tecnico, di applicazione della legge. Non accetto e non potrò mai accettare come magistrato di essere costretta a fare morale ed etica. Non è possibile ed accettabile dovere insegnare a certi partiti politici l'etica. Ne devono già essere loro i portatori. La magistratura non può continuare a cambiare lo scenario politico, come successe con mani pulite nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica.
 
Noi dovremmo vivere in una comunità dove più che avere il senso della realtà dovremmo avere il senso della cittadinanza. Un concetto fondamentale che deve riguardare anche gli immigrati, che hanno il diritto di essere cittadini. E su questo tema mi piacerebbe che la chiesa intervenisse di più, anche per aprire la mente a certi credenti ottusi'



Redazione La Pressa
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