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Italpizza e l'assordante silenzio di Comune, Coop Italia e PD

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Dieci mesi fa in consiglio comunale il plauso del modello Italpizza. Con un +248% di fatturato ma con meno dipendenti, e con Coop grande cliente


Italpizza e l'assordante silenzio di Comune, Coop Italia e PD

“Italpizza, oltre al merito di guardare all’espansione, per la propria attività utilizza moltissimo, in modo lecito, forme corrette di somministrazione del lavoro dal punto di vista contrattuale. Qui non si parla di cooperative spurie o di appalti irregolari, non di licenziamenti ma di assunzioni'.

Ad affermarlo era il Consigliere comunale del PD Antonio Carpentieri nel corso della seduta del Consiglio comunale del 15 febbraio scorso nella quale si discuteva la delibera sul permesso di costruire in deroga per l’ampliamento dello stabilimento di Italpizza.

Una seduta dove intervenne anche il sindaco che definì Italpizza un 'valore', anche se di fronte ad una discussione relativa in quella sede anche i rischi legati ai rischi contrattuali e alle condizioni di lavoro del personale assunto nella gran parte attraverso cooperative esterne all'azienda, affermò che la questione contrattuale andava trattata 'in altra sede' dai soggetti competenti. Che detta così, formalmente e tecnicamente, può anche essere vero, ma non al punto da non doversene occupare, nel momento in cui il problema emerge ed è comunque legato ad una realtà che più volte è stata ostentata come un esempio a Modena e per Modena.

Alla delibera che concesse l'espansione trovò, proprio perchè si trattava di espansione e potenziale sviluppo (difficile anche politicamente da contrastare come tale), votarono a favore  Pd, Art.1 – Mdp – Per me Modena, CambiaModena, FI e Idea popolo e libertà, con la sola astenzione del  M5s. Ma i distinguo sul ricorso massiccio a cooperative esterne ci furono e divisero maggioranza PD, Art. 1 Mdp e opposizione.
 
Oggi, di fronte a quanto sta succedendo ad Italpizza, con l'eplosione del problema legato a contratti interinali e al ricorso massiccio alla cooperative esterne per la somministrazione del lavoro, era prevedibile aspettarsi, almeno dagli esponenti PD, un intervento, se non di merito almeno di opportunità e di indirizzo politico. Come avvenne, appunto, a febbraio. Invece no. Silenzio. Eppure che qualcosa di grosso non vada è più che evidente.  

La mobilitazione organizzata dal 27 novembre scorso dai SI Cobas è l'ultimo atto di una condizione di esasperazione per molti lavoratori, e che già nel settembre dello scorso anno aveva mobilitato Flai-Cgil, Filcams-Cgil, Fai-Cisl e Fisascat-Cisl.

'Il sistema degli appalti, gia' pervasivo nel distretto delle carni - affermavano i sindacati -  tocca il suo apice proprio nello stabilimento Italpizza di San Donnino, dove sono rimasti solo 80 dipendenti diretti dell'azienda (impiegati), mentre tutti gli oltre 500 operai addetti alla lavorazione sono soci-lavoratori di due principali cooperative in appalto'

'Lavoratori - accusò la triplice sindacale - ai quali  viene applicato il contratto nazionale delle imprese di pulizia e multiservizi, un contratto del tutto inadeguato rispetto all'attivita' svolta dal personale in produzione, che invece impasta, stende, cuoce e farcisce le rinomate pizze surgelate'
 
Insomma le condizioni che avrebbero poi portato ad una vera e propria rivolta, maturata pur all'interno di un contesto di dichiarata (da parte dei lavoratori), paura per eventuali ritorsioni da parte dell'azienda, c'erano già tutte. E riguardavano quella realtà, ancora prima che di questa si discutessa in consiglio comunale. Una situazione ben lontana da quella degna di rappresentare un modello da seguire, del quale difendere la leadership  e da opporre di fatto e nel valore, come fece l'ex senatore PD Vaccari, all'ipotesi di un nuovo hub nella produzione di pizza nel Beneventano.

Un modello degno che nel febbraio, sul fronte istituzionale, del plauso da parte dei consiglieri comunali di maggioranza, ed in particolare del PD, che a differenza di Art. 1 Mdp e di Forza Italia che denunciarono il rischio di anomalie e distorsioni nel sistema delle cooperative, usò toni sfumati e positivi. Ciò nonostante la situazione che si delineava fosse lontano anche anche da quell'etica del lavoro e della somministrazione del lavoro prevista dalla certificazione internazionale SA8000 osservata anche da Coop Italia che ha proprio in  Italpizza, il soggetto fornitore di pizze surgelate, distribuite e vendute a marchio Coop. 

A ricordare e a sottolineare oggi questo ultimo aspetto, oltre alla cifre della crescita della produzione, di profitti e di ricavi dell'azienda a fronte di una riduzione del personale, è il segretario regionale Flai CGIL, Umberto Franciosi:  'Italpizza in nove anni ha incrementato il fatturato da 33.399.415 a 119.700.434 euro, un incremento del fatturato del + 248%; l’utile netto, nello stesso periodo temporale, da 2.218.891 a 8.032.050 euro, un incremento del 262%.  Numeri estremamente performanti che pongono l’azienda con dei rating economici fra i più alti del settore. 

Numeri cresciuti con un’occupazione diretta che diminuisce: nei nove anni presi in considerazione, passa da 110 dipendenti dell’anno 2008 ai 94 del 2017. Mentre non siamo in grado di determinare l’andamento dell’occupazione delle cooperative che hanno in appalto il ciclo produttivo (Cofamo ed Evologica) che, ad oggi, dovrebbero ammontare a circa 600 soci lavoratori'.
Che, appunto, lavorano per Italpizza, somministrando direttamente manodopera. 
 
'Dall’anno 2003 - spiega Franciosi -  se un lavoratore fosse riuscito a resistere sino ad oggi, avrebbe percorso il seguente calvario occupazionale: in appalto con la cooperativa CMS, poi somministrato a tempo determinato dalla Synergie Italia, poi assunto a tempo determinato in Italpizza, per poi essere di nuovo appaltato alle cooperative Vega, Cofamo, Logifood, Logicamente o Evologica e poi di nuovo in Cofamo.

Appalti che, a nostro giudizio già nei primi anni del decennio scorso - ritiene Franciosi -  presentavano forti elementi di dubbia legittimità, in quanto i lavoratori avrebbero utilizzato strumenti e mezzi forniti dall’azienda, lavoravano sulle linee di produzione insieme ai lavoratori diretti rispettando gli stessi orari di lavoro e ricevendo ordini dai dirigenti e responsabili dell’Italpizza.
 
Le cooperative, di fatto - continua Franciosi -  sembravano gestire amministrativamente il rapporto di lavoro, provvedendo all’accertamento ed alla corresponsione dei compensi spettanti ai lavoratori, nonché all’accertamento ed al pagamento dei conseguenti oneri contributivi e previdenziali, mentre Italpizza organizzava e gestiva la prestazione lavorativa dei lavoratori e delle lavoratrici. Un’organizzazione del lavoro che sembrava avere le caratteristiche di un appalto non genuino, quindi una possibile somministrazione illegale di manodopera'


Ai tempi la Flai Cgil inviò anche anche segnalazioni all’Ispettorato del Lavoro, al Prefetto di Modena e al Ministero dello Sviluppo economico. Segnalazioni che 'non hanno ottenuto alcun effetto in termini di miglioramento nelle condizioni di lavoro, mentre l’azienda, per giungere ai giorni d’oggi, per evitare promiscuità fra dipendenti diretti e indiretti, ha appaltato tutta la produzione di pizze surgelate, comprese le attività di logistica'

'Contemporaneamente - prosegue Franciosi - si è fatta certificare l’appalto dalla Fondazione Biagi nell’anno 2015. Una certificazione che certifica il modello, ma non la sua esecuzione, come riportato nel contratto di certificazione.
Di fatto, mentre si certifica l’appalto, con una minuziosa e scientifica descrizione delle attività lavorative, nessuna valutazione è stata fatta sul contratto nazionale di lavoro d’applicare ai dipendenti delle cooperative appaltatrici'

Ed è proprio sul contratto da applicare che si sta scatenando la protesta di questi giorni in quanto chi produce pizze surgelate dovrebbe essere inquadrato nel contratto dell’industria alimentare, mentre diversi lavoratori delle cooperative appaltatrici in Italpizza avrebbero invece il contratto del “multiservizi”, cioè degli addetti alle pulizie.

Questo ci è stato detto in questi giorni dai lavoratori che abbiamo incontrato. Questo è ciò che si evince dai loro contratti. 

I costi della produzione

Insieme ad Umberto Franciosi  torniamo sui numeri nudi e crudi: 'Il costo del lavoro medio dei dipendenti diretti Italpizza è di 27 euro/ora, mentre quello delle cooperative appaltatrici, nel 2016, non superava mediamente i 14 euro. I valori sul costo del lavoro delle imprese appaltatrici sono ricavati dalla lettura dei bilanci economici e sembrerebbero essere abbondantemente sotto al costo del lavoro medio nel settore dell’industria alimentare nazionale (22 euro) il 48% in meno, se confrontato con quello dei dipendenti diretti dell’Italpizza.

Un abbattimento del costo del lavoro che va oltre a quello che notiamo nel sistema degli appalti negli impianti di macellazione, che si aggira mediamente intorno ad un – 40%. Un abbattimento del costo del lavoro, svolto tramite appalti che si succedono all’infinito, nel caso dell’Italpizza da qualche anno certificati, che possono anche generare concorrenza sleale'.
Se cerchiamo di avventurarci nell’analisi dei costi di produzione, senza eventuali costi pubblicitari, una pizza margherita surgelata potrebbe costare 1,40 euro, compresi i costi di traposto, stoccaggio, energia, acqua e ammortamenti. Il costo riconducibile alla sola forza lavoro, per ogni pizza surgelata, considerando l’applicazione del contratto dell’industria alimentare, dovrebbe essere di 0.11 euro, con un’incidenza del 7,9% sul totale dei costi di produzione. Con l’applicazione del contratto del pulimento e con i ritmi e le turnazioni di lavoro a cui sono sottoposti i lavoratori quell’importo di 11 centesimi, ovviamente, diminuisce.
 
Appare ancora evidente il ruolo della Grande Distribuzione nel determinare le marginalità all’interno della filiera agroalimentare, così come sembra evidente che Italpizza cerca di ridurre il costo del lavoro per recuperare qualche centesimo di marginalità, ma che comunque diventano milioni di euro d’incremento di fatturato e di utili, come possiamo leggere dai bilanci economici'

E se da un lato possono essere contestati e non essere condivisi i metodi della protesta indetta in questi giorni dai Si Cobas da giorni orientata ad impedire l'accesso dei camion in fabbrica, dall'altro non può passare inosservato il silenzio tenuto in questo frangente dalle istituzioni che a diversi livelli di competenza (partendo da quella quasi nulla se non in termini di indirizzo espressa dal Comune), così come dei soggetti della grande distribuzione come Coop che dovrebbe garantire il rispetto di certi standard nella filiera del prodotto previsti, e dalla stessa Coop fatti oggetto del proprio segno distintivo.    

Perché al di la dei toni e delle azioni estreme o dimostrative con cui viene espresso, il problema c'è ed è grande.

'È bene che chi ha il potere politico in questo territorio, ma anche a livello nazionale compreso chi rappresenta queste imprese - chiude Franciosi - intervenga il prima possibile sul tema degli appalti di manodopera perché la situazione, in tutti i settori produttivi, sta per esplodere e qualcuno potrebbe seriamente farsi male.

Ormai non sono più sufficienti i Testi Unici, protocolli, osservatori, tavoli di confronto, tavoli di analisi e studio, ma ci vogliono fatti ed atti per contrastare questi fenomeni di nuovo caporalato che si nascondono negli appalti.
Forse qualcuno sta aspettando che la situazione precipiti in una vicenda di ordine pubblico, così si potrà continuare indisturbato a guadagnare i risicati centesimi su ogni pizza surgelata o su un prosciutto, per incrementare i fatturati e a far girare un pezzettino di economia e per rendere più competitivo il territorio con questa organizzazione del lavoro?

Un’impresa ha il sacrosanto diritto di fare profitti, ma ci sono limiti che non bisognerebbe superare e, nel caso dell’Italpizza, i numeri sembrano dimostrare che quei limiti si sono abbondantemente superati'

Gi.Ga.


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